A cura di Elisa Rizza

La mediazione familiare si presenta come una terra di confine, in cui coesistono termini apparentemente inconciliabili: mentre da una parte si accompagna la coppia durante la separazione coniugale, dall’ altra è necessario costruire un nuovo patto che la sostenga nei compiti legati alla crescita dei figli e alla tutela dei legami familiari e generazionali 

(Mazzei, 2012)

Così Mazzei definisce la mediazione familiare, questo processo che si pone l’obiettivo di far collaborare i genitori per raggiungere degli accordi nelle situazioni di conflitto, “in un’ottica di riorganizzazione delle relazioni familiari, tenendo contro di tutti i sistemi coinvolti nella dinamica…” 

Il conflitto, facente parte delle relazioni umane, comporta dinamiche relazionali contraddistinte da incapacità di comunicare, difficoltà a decentrarsi dal proprio punto di vista e difficoltà a evolversi e smuoversi dalla situazione di impasse nella quale ci si trova durante la separazione.

La mediazione si pone nel tentativo di ristabilire la comunicazione tra le parti per realizzare un obiettivo concreto, ovvero un progetto di riorganizzazione delle relazioni genitoriali dopo il divorzio o la separazione.  Si cerca di riorganizzare le relazioni familiari proprio come se le relazioni fossero una casa da ristrutturare: muri da abbattere, muri da costruire, stanze nuove da creare, nuovi impianti, nuovi mobili.

Il paradosso che maggiormente caratterizza la mediazione, riguarda il fatto di occuparsi contemporaneamente degli aspetti separativi (legati alla coppia), e di incoraggiare gli aspetti di unione, per quanto riguarda gli aspetti di genitorialità. 

È necessario rendersi consapevoli dello scioglimento della relazione di coppia. Per fare ciò bisogna mettere in primo piano le relazioni e i loro significati insiti all’interno; raggiungere degli accordi in merito a beni, casa o denaro vuol dire riflettere insieme ai genitori sui significati affettivi o relazionali di quei beni che diventano motivo di contesa. Si getta uno sguardo al passato per trovare un senso alla propria storia coniugale e quindi un senso relativo a quel bene sul quale si sta cercando un accordo. Si tratta quindi il passato per poter meglio concentrarsi sul presente e sul futuro.

Se da una parte infatti si dividono i beni, si separano gli spazi, si interrompono i rapporti, contemporaneamente si incoraggia un dialogo sui figli, spingendo i genitori a prendere decisioni comuni nei loro riguardi, sostenendo la co – genitorialità, cioè un modo di essere genitori insieme, con lo scopo di allearsi per valutare e prendere le migliori decisioni per il futuro dei figli.  

I temi che necessariamente devono essere affronti in mediazione riguardano quindi la ricongiunzione (in quanto genitori), il legame, l’appartenenza. 

Cosa mi appartiene in questo momento?”

Cosa sono disposto a lasciare andare?”

Quanto sono disposto ad andare incontro all’altro?”

Sono queste le riflessioni che vengono poste agli ex coniugi coinvolti nella mediazione, i quali vengono aiutati a partire da loro stessi per quello che viene comunemente chiamato “cambiamento”, ma che diventa un aspetto fondamentale in mediazione. Si definisce “cambiamento” un nuovo modo di pensare, di prendere decisioni e di porsi nei confronti dell’altro e dei figli.

Il cambiamento si pone come un aspetto inevitabile della condizione umana, in quanto tutte le nostre cellule sono in continua mutazione, così le nostre connessioni cerebrali, le quali possono portare a modificare il nostro modo di pensare e quindi di agire.

Se accettare la separazione può servire ad aiutare a dare un senso a quello che sta succedendo, la mediazione può cercare di trovarne una migliore comprensione, per meglio raggiungere degli accordi costruttivi per tutti i membri di quella che viene definita la nuova famiglia “separata” o “allargata”, che non ha perso la sua importanza e i suoi significati, semplicemente ne è stata modificata la forma.

Restiamo amici…ehm genitori”.

Un caso

Durante il mio lavoro di mediatrice familiare sono giunti alla mia attenzione il signor F. di 50 anni, e la signora R., di 45 anni. Il loro percorso di mediazione inizia con un livello di conflittualità molto elevato, nato in seguito al tradimento della donna. 

Inizialmente la coppia entra nella fase della rivendicazione: entrambi si incolpano a vicenda per la fine della loro storia, ognuno riporta i propri rimpianti. Lui rimpiange di non essersi separato prima, già nei momenti di sospetta infedeltà da parte della moglie; lei dal canto suo, dichiara di essere pentita di essersi sposata con lui.

Durante le sedute la forte conflittualità viene espressa tramite parole offensive e poco rispettose nei confronti dell’uno verso l’altra. La mediazione sembra molto difficile, in quanto nessuno dei due vuole scostarsi dal proprio punto di vista e mettersi in discussione rispetto ai propri errori e alle proprie responsabilità rispetto alla fine della storia coniugale.

Uscire dallo stallo del conflitto: accettare la responsabilità di essersi scelti e orientarsi verso una piena co-genitorialità

Un passaggio chiave in questo percorso riguarda l’accettazione della propria responsabilità nell’essersi scelti e sposati, anche se entrambi ora sono diventati due persone diverse, rispetto a quando si sono conosciuti. L’evoluzione di una coppia è possibile, infatti, se entrambi riescono ad adattarsi ai cambiamenti, come il matrimonio o la nascita di un figlio, o un nuovo lavoro. Se una coppia non riesce ad adattarsi ai cambiamenti che avvengono nel corso del ciclo di vita non può avere un’evoluzione. 

Un aspetto che caratterizza il padre è la rabbia irrisolta, egli, infatti, durante le sedute appare molto aggressivo verbalmente nei confronti dell’ex moglie e non permette che la figlia abbia alcun tipo di rapporto con il nuovo compagno della signora. Teme che la situazione sfugga al suo controllo e di essere sostituto da questa nuova figura, stante la sua necessità di non essere abbandonato. Il tradimento della moglie lo ha ferito profondamente e ha rimesso in discussione tutti quei valori nei quali egli credeva, ovvero la famiglia e la fedeltà.

Durante le prime sedute, la rabbia non elaborata non gli permette di procedere, rimane quindi bloccato nel suo percorso di evoluzione e di cambiamento. Nel corso delle sedute diventa progressivamente più “rassegnato” rispetto all’accettazione degli eventi, perché la sua preoccupazione man mano si sposta verso la serenità e il benessere della figlia, e in questo cambiamento non c’è più posto per la rabbia verso l’ex moglie.

Inizialmente la madre si presenta come bisognosa di essere vista e riconosciuta, desiderosa di uscire dalla routine quotidiana. Il tradimento della moglie può essere interpretato come sintomo di una situazione problematica in generale e non come causa della successiva separazione. La spiegazione di questo passaggio è importante per entrambi, che fino a quel momento hanno attribuito a questo evento la causa scatenante di tutta la vicenda.

I genitori affrontano poi i loro sensi di colpa per non essere stati in grado di parlare degli avvenimenti e dei propri errori, soprattutto con la figlia, che ai tempi della separazione aveva 16 anni. 

Concordare gli obiettivi

Il percorso di mediazione si è quindi inserito i seguenti obiettivi: la riduzione del conflitto (dove fondamentale risulta la presa di coscienza delle responsabilità reciproche rispetto alla fine del loro matrimonio), il raggiungimento di accordi in merito alla gestione della figlia, la regolamentazione dei rapporti con il genitore non collocatario (in questo caso il padre)  il raggiungimento di accordi economici, la riorganizzazione delle relazioni familiari e lo sviluppo e l’ incremento della co-genitorialità. Tutti questi obiettivi sono stati fra loro interconnessi.

Per i genitori, molto importante è stato l’obiettivo di liberare la figlia dalla loro alta conflittualità, cioè evitare di coinvolgerla all’ interno dei loro conflitti. La motivazione verso il benessere e la maggiore stabilità per la figlia ha permesso loro di mettere da parte la loro difficoltà e di concentrarsi sulla figlia, per meglio raggiungere degli accordi costruttivi rispetto alle visite della figlia presso il padre e agli accordi economici di mantenimento.

L’obiettivo di una co-genitorialità è messo in atto tramite accordi pratici rispetto agli orari di gestione della figlia e agli accordi sulle spese di mantenimento. Ciò ha permesso loro di concentrarsi sul qui ed ora, e di abbassare il livello di conflitto presente, mettendo da parte i sentimenti di rabbia e di rivendicazione degli eventi passati. La co-genitorialità viene ulteriormente incrementata mediante la partecipazione di entrambi i genitori alla nuova vita e agli interessi della figlia, sia dal punto di vista economico, ma soprattutto affettivo, in modo da poterla riconoscere nei suoi bisogni. 

Epilogo

Entrambe le figure genitoriali subiscono un’evoluzione durante il percorso di mediazione: da avversari, come si mostravano nei primi colloqui, essi sono diventati alleati, verso il raggiungimento di accordi concreti e costruttivi per la figlia.

Visti dopo alcuni mesi, il colloquio di follow-up ha confermato come i due abbiano messo in pratica gli accordi presi, non senza un certo di livello di conflittualità, ma certamente più contenuta rispetto ai colloqui iniziali. 

Il loro caso è un esemplificazione di quello che viene comunemente definito “restiamo genitori” e dell’importanza della mediazione familiare in situazioni altamente conflittuali per riattivare la comunicazione e rimettere i figli al centro. 

Bibliografia:

Mazzei, D. “La mediazione familiare”, 2012, Raffaello Cortina Editore

Scritto da Elisa Rizza.