Come equipe crediamo che le riflessioni più fertili nascano sempre dal confronto, anche informale, tra professionisti che condividono sguardi diversi sul lavoro clinico.
Così è accaduto anche questa volta: da qualche scambio di pensieri tra Stefania Pozzi e Giulio Corrado — psicoterapeuti del Centro Mera-Gorini che si occupano spesso di adolescenti e giovani adulti — è emersa una domanda: cosa si è svuotato, oggi, nei ragazzi e nei giovani adulti? E come possiamo, come terapeuti, incontrare questo vuoto nella relazione?
Ne è nato un filo di riflessione sul divario generazionale, sul corpo come involucro senza voce e sul bisogno di appartenenza che spesso sostituisce la spinta a trasgredire.
Abbiamo deciso di condividerlo con voi, perché è da questi intrecci — tra clinica, pensiero e scambio umano — che nasce anche il cuore del nostro lavoro come equipe relazionale.
Essere Adeguati, la nuova priorità
C’erano tempi — non troppo lontani — in cui, parlando di adolescenti e giovani adulti, si dava quasi per scontato che il nucleo dei loro conflitti fosse la ribellione. L’aggressività, la sessualità, la voglia di trasgredire: erano queste le forze vitali (e insieme rischiose) con cui molti di noi, come terapeuti, siamo stati formati a confrontarci.
Eppure, sempre più spesso, ci troviamo davanti a ragazzi e ragazze per i quali questi temi sembrano dissolti. Non perché non siano più rilevanti — ma perché appaiono svuotati, deviati, messi in superficie senza arrivare mai davvero in profondità.
“Non è che mi interessa davvero farlo”, raccontano. “Mi interessa sentirmi adeguato. Appartenere. Ricevere un ‘mi piaci’, un ‘sei bella’”.
L’ideale di convergenza
Molti giovani adulti, oggi, sembrano non portare più dentro di sé un desiderio di emancipazione — di differenziarsi, di spaccare le regole. Portano invece un bisogno potentissimo di convergenza: vogliono coincidere con un’immagine ideale, rassicurante, approvata.
I più giovani oggi vivono questa approvazione e questa adeguatezza alle aspettative del mondo come il loro modo di differenziarsi. È come se potessero crescere solo se sono certi di piacere al mondo. A quel punto, si sentono liberi di avventurarsi. Solo che la certezza di piacere non esiste. È un orizzonte irraggiungibile e dunque angosciante.
Il senso di vuoto
“Io sono la mia faccia. Io sono il mio corpo, purché sia inattaccabile.”
Dietro a questo guscio c’è spesso un vuoto. Un corpo “abitato” solo dal bisogno di piacere, di non sfigurare. Non più luogo di piacere, di gioco, di aggressività vitale, io qui metterei: “non un luogo di piacere, di aggressività vitale, di colpa o di conflitto” (perché c’erano anche queste cose, mica ci si emancipava “gratis” prima, però i prezzi erano altri) ma superficie da controllare.
Non è raro, in seduta, incontrare ragazze e ragazzi che non sanno più riconoscere le proprie sensazioni. Che soffrono di depersonalizzazione, somatizzano ansie in forme sottili o violente — vomito da tensione, fame compulsiva, dolori o blocchi muscolari… sintomi che parlano di emozioni senza parole.
Il sintomo diventa il linguaggio di un bisogno affettivo che non trova altre vie.
La famiglia come sicurezza apparente

A rendere più fragile questo scenario, c’è spesso una cornice familiare che non ferisce apertamente — ma nemmeno prepara ad affrontare la complessità del mondo.
Molti di questi giovani crescono sotto una campana di vetro: un contesto che sembra protettivo, ma spesso infantilizza. Non dà strumenti per navigare uno spazio esterno diventato sempre più precoce, anche nel corpo — bambine e bambini che si avvicinano alla pubertà a 7-8 anni, adolescenti immersi in contenuti adulti senza mappe per digerirli davvero.
Così, se il “fuori” è minaccioso e il “dentro” non offre risorse, il corpo diventa la frontiera dove la tensione si scarica. Si riduce a immagine, si riempie di angosce. E la relazione — anche quella amorosa, sessuale — rischia di restare un pretesto per ottenere conferme, senza mai trasformarsi in incontro vero.
La classica “crisi adolescenziale” non è più la stessa: siamo preparati come genitori a capire ciò di cui i nostri ragazzi hanno bisogno davvero oggi per crescere?
E nella stanza di terapia?
Tutto questo entra, ovviamente, anche nella relazione terapeutica. Non è banale aiutare chi non porta rabbia o desiderio, ma solo un bisogno di essere conforme.
Con molti adolescenti che incontriamo in psicoterapia, non si tratta più (solo) di “permettere di trasgredire”, ma di ricostruire da capo un linguaggio del corpo e delle emozioni. Di far parlare i sintomi. Di restituire spessore e calore a un involucro svuotato.
È un lavoro lento. Si parte dalla superficie — da quel bisogno di essere visti e approvati — per scendere piano piano verso strati più profondi. Si lavora sulla relazione viva: uno spazio dove si può essere altro da un ideale. Dove è possibile sbagliare, sentire, desiderare, e rassicurarsi circa il fatto che la divergenza e il distacco non sono sinonimo di fallimento o di delusione.
Da qui può rinascere quella parte vitale che non è sparita — ma attende un corpo abitato, una parola che sappia raccontarla, una relazione capace di accoglierla.

Come aiutare un giovane che si sente vuoto?
Se senti che questi temi ti riguardano, o riguardano un figlio o un giovane che ami, puoi trovare altre informazioni sulla nostra pagina dedicata alla psicoterapia per adolescenti e scoprire come ci approcciamo, come équipe, a questi percorsi così delicati e complessi. Il nostro Centro a Varese accoglie adolescenti e famiglie per percorsi di psicoterapia su misura.
A volte è proprio dalla difficoltà di sentirsi — nel corpo, nelle emozioni, nelle relazioni — che nasce la voglia di chiedere aiuto.
Se vuoi, ci trovi qui.


