di Miriana Colanino, Psicologa Clinica
Le relazioni sono il filo che tiene insieme le nostre vite. È attraverso l’incontro con l’altro che cresciamo, ci riconosciamo e ci mettiamo alla prova. Ma a volte queste relazioni diventano un terreno difficile: ci sentiamo svuotati, incompresi, continuamente in conflitto o incapaci di dire di no.
Non sempre si tratta di “relazioni tossiche” in senso stretto, ma di schemi interpersonali che si ripetono e ci fanno soffrire. E, quando questo accade, può emergere una domanda dolorosa: “sono io il problema?”
Quando le relazioni diventano fonte di sofferenza
Alcuni segnali che possono aiutarci a riconoscere una difficoltà relazionale sono:
- sentirsi sempre nel ruolo di chi dà, senza riuscire mai a ricevere;
- paura costante di deludere o essere abbandonati;
- conflitti continui che non portano mai a una vera comprensione;
- incapacità di stabilire dei confini personali, fino a sentirsi “invasi” dagli altri;
- fatica a fidarsi, alternata al bisogno disperato di conferme.
Queste dinamiche non nascono dal nulla: spesso affondano le radici in esperienze precoci, in ferite affettive mai riconosciute, in modalità di sopravvivenza che a un certo punto non funzionano più.
Il lavoro in psicoterapia: autenticità e riconoscimento
Nel mio lavoro clinico credo che ogni persona sia unica e irripetibile, molto più della somma delle sue diagnosi o etichette. Creare uno spazio sicuro significa offrire la possibilità di portare se stessi con le proprie vulnerabilità, senza dover recitare un ruolo.
Ricordo una paziente che faceva molta fatica ad accettare la posizione di “chi riceve”. Abituata a occuparsi sempre degli altri, in terapia tentava inconsciamente di mettersi sullo stesso piano, quasi ad annullare la distanza. Un giorno, di fronte al suo dubbio se continuare o meno il percorso, le ho chiesto con sincerità: “secondo lei, questo di cui parla, cosa ci racconta di sé?”
Da lì si è aperto uno spazio nuovo: ha riconosciuto quanto fosse difficile per lei mostrarsi vulnerabile e affidarsi. E da quel momento il nostro lavoro ha preso una direzione diversa, più autentica.

Il mio approccio clinico
Negli anni ho scelto di dedicarmi a persone che vivono difficoltà, più o meno gravi, nell’area delle relazioni interpersonali e della regolazione emotiva.
Per farlo mi sono formata nell’approccio cognitivo-costruttivista, che pone attenzione non tanto all’etichetta diagnostica quanto ai significati personali che ciascuno attribuisce alla propria esperienza, ai propri schemi di pensiero e di relazione.
Parallelamente, nella comunità terapeutica dove lavoro con giovani donne con disturbi di personalità — in particolare borderline — utilizzo con profitto la Dialectical Behavioral Therapy (DBT) di Marsha Linehan. Si tratta di un metodo evidence-based che integra la terapia cognitivo-comportamentale con pratiche di mindfulness e strategie di regolazione emotiva, insegnando a tollerare la sofferenza e a costruire relazioni più stabili.
Al di là dei tecnicismi, credo però che ciò che conta davvero in psicoterapia sia la relazione fra paziente e terapeuta. È solo attraverso un ascolto reciproco e profondo che si può costruire un percorso dotato di senso, capace di portare a un cambiamento reale e duraturo.
Dare voce al proprio bisogno
Se le tue relazioni ti fanno sentire sempre più svuotato che arricchito, se ti ritrovi a ripetere dinamiche che ti fanno soffrire, forse è il momento di fermarti e chiederti: “Cosa mi raccontano di me queste relazioni?”
Da questa domanda può nascere un percorso di consapevolezza e di cambiamento. Non si tratta di “aggiustarsi” o di diventare qualcun altro, ma di imparare a conoscersi più a fondo e a costruire relazioni che sappiano nutrire invece che ferire.


