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Artemisia Gentileschi: l’arte di diventare Soggetto

Di Stefania Pozzi, psicoterapeuta.

Cosa significa diventare soggetto della propria vita? La storia di Artemisia Gentileschi diventa metafora di self-leadership e crescita interiore: un invito a riconoscersi, trasformare le ferite e abitare con autenticità la relazione con sé e con l’altro.

Un incontro ispirato dall’arte

Nel marzo 2025, Rete al Femminile – Varese promosse una mostra pittorica a Busto Arsizio, presso la Galleria Boragno, basata sulle opere di un’artista contemporanea, Pina Traini: “DONNE DI STORIA. 70 anni di carriera pittorica di Pina Traini”, una mostra evento dedicata alle donne che hanno fatto la storia e alle quali la pittrice ha dedicato la propria arte.

In tale occasione, mi era stato chiesto di condividere un messaggio ispirato a una delle “donne di storia” rappresentate da Pina Traini. Il mio intuito si è volto subito ad Artemisia Gentileschi: un moto di curiosità che anticipa il pensiero razionale, nel quale poi si fonde, man mano che approfondisco la conoscenza di tale artista.

“Artemisia, piccola donna in un mondo di uomini che con l’inganno volevano possederti.
Hai affrontato sfide durissime con dignità, trovando nell’Arte la tua strada.
Senza più dover gridare al nemico né inseguire desideri altrui, ti sei riconosciuta da sola.
E ce lo hai trasmesso. Grazie.”

Artemisia Gentileschi: la “pittora” del Seicento

Artemisia Gentileschi nacque a Roma nel 1593, in un mondo in cui alle donne non era concesso quasi nulla, tanto meno il mestiere di pittrice. Figlia di Orazio Gentileschi, artista affermato e collaboratore di Caravaggio, crebbe tra pennelli, tele e odore di olio di lino. Fin da giovanissima mostrò un talento fuori dal comune: il suo modo di osservare la luce, di cogliere i corpi e le emozioni, rivelava una sensibilità che andava oltre la semplice imitazione paterna.

Ma la sua strada non fu mai semplice. A diciotto anni subì una violenza da parte di Agostino Tassi, pittore e amico del padre. Il processo che seguì – pubblico, crudele, segnato da umiliazioni e persino torture per “verificare” la sua parola – segnò profondamente la sua vita. Eppure, proprio da quell’abisso, Artemisia trovò una voce nuova.

Pochi anni dopo, con Giuditta che decapita Oloferne, dipinse una delle immagini più potenti del Seicento: una scena di luce e ombra, forza e precisione, in cui la pittura stessa sembra farsi atto di riscatto.

Dopo il matrimonio e il trasferimento a Firenze, la sua arte maturò. Alla corte dei Medici, Artemisia divenne la prima donna ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno, guadagnandosi il rispetto di intellettuali come Galileo Galilei. Nei suoi quadri di questo periodo – come Giuditta con la sua ancella o la Maddalena penitente – la violenza lascia spazio a un’emozione più complessa: le sue figure femminili non sono più solo forti, ma consapevoli, interiormente presenti, illuminate da una luce calda e pensosa.

Negli anni successivi viaggiò tra Roma, Venezia e Napoli, lavorando per nobili e cardinali, fino a spingersi in Inghilterra, alla corte di Carlo I. Ovunque portò con sé la sua inconfondibile impronta: un modo di dipingere in cui il chiaroscuro caravaggesco si intreccia alla profondità psicologica dei personaggi.

Nei suoi ultimi autoritratti, come Autoritratto come Pittura, Artemisia non ha più bisogno di raccontare la ferita: appare come una donna pienamente padrona del proprio talento, incarnazione stessa dell’arte.

Morì probabilmente a Napoli intorno al 1653. La sua storia, rimasta a lungo ai margini, oggi riemerge come quella di un’artista straordinaria, capace di lasciare nella pittura una traccia viva della sua presenza e della sua libertà interiore.

Dal trauma al talento: la riscoperta di Artemisia

Il pensiero che proverò ad esporre nelle seguenti righe origina dallo stupore provato leggendo la descrizione del cambiamento di prospettiva avvenuto nel corso dei secoli nella lettura critica di Artemisia.

Dal misconoscimento del suo valore artistico autonomo, alla visione di Artemisia come antesignana di un certo “femminismo” tutto centrato sulla lotta contro un maschile odiato (e, implicitamente, come se la sua arte fosse una mera reazione alle violenze subìte), fino alla sua rivalutazione come Artista d’eccezione, a prescindere dal genere o dalla biografia.

Un percorso che parla di auto-riconoscimento e self-leadership, di quella capacità di definire la propria identità al di là dei ruoli, delle ferite e degli sguardi esterni.

Dalla ferita alla forza creativa

La prima riflessione che mi è sorta spontanea riguarda il rapporto fra traumi e risorse personali.
Se è vero che l’espressione artistica può veicolare, sublimare, trasformare sentimenti anche molto dolorosi, l’essenza dei nostri talenti non può esaurirsi nei processi di reazione agli eventi che ci accadono.

Se la ferita può indurre movimenti di crescita post-traumatica anche sorprendenti, sta a noi — al modo in cui usiamo le risorse a nostra disposizione — che si apre tale possibilità.

Inoltre, parzialmente collegato al tema di cui sopra: di quale femminismo stiamo parlando? Una lotta incessante, frutto di un dolore non risolto? Una richiesta di riconoscimento dall’esterno? Oppure un processo lento, graduale, fino a potersi riconoscere il proprio valore intimamente ed esserne responsabili?

A me pare che Artemisia abbia cercato di venire a patti con tutte queste cose.

Le eroine come specchi dell’evoluzione interiore

Più mi addentro nell’indiretta conoscenza che posso avere di questa donna — tramite l’osservazione delle sue opere e la lettura di saggi sull’argomento — più rimango affascinata nel constatare l’evoluzione del suo percorso di crescita, pittorica ma anche psicologica.

Un sentiero che attraversa la rabbia, la rivendicazione del senso di ingiustizia così come del desiderio di autoaffermazione e riconoscimento, per approdare gradualmente ad una consapevolezza di sé via via sempre più complessa e multi-sfaccettata, capace di tenere insieme l’audacia e la grinta con l’ammissione delle proprie umane fragilità.

Lo sviluppo di un senso di soggettività femminile a tutto tondo, liberata dal bisogno di dimostrare agli altri la propria autonomia, perché profondamente consapevole del suo mondo interno e capace di darsi in prima persona il riconoscimento del proprio valore.

L’autoritratto come simbolo di self-leadership

Questo percorso è particolarmente evidente nell’osservazione dei dettagli psicologici delle sue eroine, rappresentate nel corso delle varie fasi di vita. Se nelle opere giovanili, come Susanna e i Vecchioni (1610) e Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613), si riscontra tutta la repulsione e crudezza nella fisicità degli incontri-scontri fra i due mondi maschile-femminile, negli anni successivi le protagoniste assumono una caratterizzazione più articolata, che lascia spazio – oltre alla forza – anche alla vulnerabilità, come in Cleopatra (1633).

Mi piace immaginare come opera “finale” di questo processo di creazione artistica come Costruzione di Sé, l’Autoritratto come Pittura (1638-39). Si ritrae come l’allegoria della Pittura stessa, un’affermazione potente della sua identità artistica.

Non si tratta certo dell’ultima opera in senso cronologico, ma di un atto di trionfo ed esplicita dichiarazione di uno sviluppo interiore molto profondo: Artemisia diventa Soggetto della propria forza creativa.
Una soggettività che non si riconosce più né solo come vittima né come vendicatrice, ma come donna che si realizza tramite il proprio talento.

Cosa ci insegna Artemisia oggi

Orfana di madre a soli 12 anni, Artemisia è cresciuta circondata da sei fratelli maschi e dal padre, Orazio Gentileschi, una figura tanto ambigua quanto ingombrante, quindi dentro a una cultura patriarcale e senza una figura di riferimento femminile.
I modelli di identificazione per il suo genere li cercò probabilmente nelle grandi eroine bibliche e mitologiche a cui la sua produzione artistica si dedicò per tutta la vita. Quanta resilienza, anche in questo semplice dettaglio!

Pensare ad Artemisia in questa maniera è per me fonte di grandissima ispirazione. Non mi interessa che la lettura sopraesposta sia storicamente accurata: è la mia personale visione, o ricerca di modelli di ispirazione, per continuare a ricordare a me stessa e alle persone con cui lavoro — di qualsiasi identità di genere — il valore più prezioso che la psicoterapia può offrire: la libertà di riconoscersi e di definirsi.

La libertà di definire se stess*, “stando fra gli spazi” (per citare un autore a me caro, Philip Bromberg), rinunciando alla pretesa di verità assolute, per abbracciare con empatia e pieno riconoscimento l’importanza di ciascuna delle nostre parti interne, comprese quelle che ci hanno fatto soffrire o che abbiamo imparato a detestare.

Questa possibilità di “stare”, di tenere insieme noi stessi in modo inclusivo, apre ad un’altra grande possibilità: quella di aprirci alla relazione con gli altri, liberi dall’altalena fra bisogno di autoaffermazione e ricerca di riconoscimento.

… una libertà di esserCi con l’Altro/a, su un piano non di sopraffazione o sottomissione, ma di reciprocità autentica.

Come Artemisia, anche noi possiamo imparare a riconoscerci non solo nelle ferite o nelle difese, ma nella capacità di guidare con consapevolezza la nostra vita interiore.

“La soggettività non si costruisce in isolamento, ma nella capacità di riconoscere e di essere riconosciuti.”
Jessica Benjamin

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