Di Chiara Nicole Zuffrano, pedagogista
Gli adolescenti non sono invisibili. Capita, piuttosto, che imparino a nascondersi in posti imprevedibili, e che si manifestino poi in modi altrettanto sorprendenti.
A volte sembrano sparire. Altre volte, invece, li troviamo accartocciati nel silenzio e nella cattiva, o buonissima, condotta a scuola, o appallottolati nelle dipendenze, incastrati nell’aggressività o nella noia, sopraffatti da aspettative, ruoli, violenza, mimetizzati in qualche forma d’arte, stretti al caldo in una famiglia fatta di amici più o meno fidati. In qualche modo, navigano a vista la complessità del mondo.
Ogni tanto questi ragazzi si intravedono in un bagliore, fra un nascondiglio e l’altro, e ci dicono qualcosa: c’è chi cerca rifugi e luoghi sicuri per trovare rimedio a una certa malinconia, c’è chi ci racconta come affrontare una rabbia esplosiva grazie all’amore per un cane, c’è chi confida di sentirsi anestetizzato mentre si commuove davanti a una giostra con i cavalli, c’è chi preferisce il mondo virtuale a quello vero perché quello fa male.
Spesso gli adolescenti restano invisibili, agli occhi di chi li trova indecifrabili.
La crisi di identità non è patologia, ma ri-nascita
Nel suo modello dello sviluppo psicosociale, Erik Erikson individua nell’adolescenza una delle fasi più delicate dell’esistenza, definita dal conflitto tra identità e confusione di ruolo. È il tempo in cui ogni persona è chiamata a rimettersi al mondo, a costruire un’immagine di sé sufficientemente stabile e coerente, integrando i cambiamenti corporei, emotivi, cognitivi e relazionali che caratterizzano questo periodo della vita. Erikson definisce questo passaggio come la fase della crisi di identità, intendendo la crisi non come qualcosa di patologico, ma come un momento evolutivo necessario, fatto di domande, cambiamenti e ricerca di sé. È quel ridarsi alla luce, non senza sofferenza, che Socrate legittimava ai suoi allievi: “Tu hai le doglie, caro Teeteto, segno che non sei vuoto, ma pieno!”.
Non si tratta semplicemente di una fase di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, ma di un periodo in cui ogni ragazzo e ogni ragazza prova a dare forma a una risposta personale a interrogativi profondi: Chi sono? Chi desidero diventare? Qual è il mio posto nel mondo?
Stare accanto… in un percorso non-lineare
Questa ricerca è così dirompente da non poter accadere in modo lineare. L’adolescenza è fatta di tentativi, cambi di direzione, entusiasmi, dubbi e contraddizioni, disperazione. Capita dunque che un adolescente sperimenti interessi diversi, metta in discussione ciò che fino a poco tempo prima sembrava certo e cerchi nuovi modi di stare nelle relazioni e nel mondo.
Per Erikson, tutto questo non rappresenta un problema, ma il cuore stesso del complesso processo di crescita.
L’identità, infatti, si costruisce attraverso l’esperienza.
I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di esplorare, di mettersi alla prova, di confrontarsi con il gruppo dei pari e con adulti che sappiano offrire uno sguardo, una postura e una relazione presente e significativa, senza essere giudicanti. Hanno bisogno di sentirsi accolti anche quando sperimentano l’errore, perché quello, se condiviso e rielaborato con rispetto, diventa un’occasione preziosa per conoscersi meglio.
Quando chi sta crescendo trova relazioni affidabili e contesti in cui sentirsi riconosciuto, di libera e piena espressione di sé, può sviluppare fiducia in se stesso e nel proprio poter essere. Erikson definisce questo traguardo con il termine fedeltà: la capacità di rimanere coerenti con ciò che si è e la propria umanità, pur continuando a crescere, cambiare e aprirsi al mondo.
Quando invece mancano punti di riferimento significativi o prevalgono aspettative rigide, continue svalutazioni o la paura di non essere mai abbastanza, il percorso di costruzione dell’identità può diventare più faticoso.
Possono emergere confusione, insicurezza e difficoltà nel riconoscere i propri desideri e le proprie risorse. Il pensiero di Erikson offre un’indicazione preziosa:
Crescere non significa trovare subito tutte le risposte, ma avere accanto adulti capaci di ascoltare, sostenere e lasciare spazio all’esplorazione.
Ho bisogno che tu mi veda per come sono
Ogni adolescente ha bisogno di sentirsi visto per ciò che è, non solo per ciò che fa o per i risultati che raggiunge. Il pedagogista Riccardo Massa ci invita a riflettere su come gli adulti possano accompagnare questo percorso. Per Massa, educare non significa plasmare i giovani secondo un modello prestabilito, ma creare occasioni di esperienza autentica.
È nell’incontro con sé stessi, con gli altri e con il mondo che gli adolescenti costruiscono la propria identità e si prendono cura di sé. Per questo hanno bisogno di poter esplorare, sperimentare, mettersi alla prova e attraversare anche l’incertezza.
L’adolescenza non è un problema da risolvere, ma un tempo da abitare insieme.
Come scrive Massa, «l’educazione si presenta contemporaneamente come un fatto e come un compito ineludibili». Educare richiede responsabilità, ma anche umiltà: significa riconoscere che ogni ragazzo e ogni ragazza hanno una storia unica e tempi di crescita che non possono essere forzati. Accompagnare un adolescente significa quindi costruire contesti ricchi di esperienze significative, nei quali possa sentirsi accolto, sperimentare, sbagliare e scoprire, passo dopo passo, la propria strada.
E ritorna quindi l’importanza dello sguardo: nella soglia tra il visibile e l’invisibile si colloca la relazione, l’incontro che permette non solo il riconoscimento, ma anche l’espressione di sé. Umberto Galimberti analizza la condizione giovanile attuale collocandola nell’età del nichilismo: le contraddizioni nell’educazione rendono i giovani impermeabili al cambiamento necessario, parcheggiati nonostante la loro massima potenza intellettuale, mentre l’idea stessa di futuro diventa enigmatica.
Il nostro compito: creare le condizioni
Accompagnare un adolescente significa guardarlo molto bene, riconoscerne l’urgenza e la necessità, e poi fare: creare le condizioni perché possa sperimentarsi in sicurezza, dare un nome alle proprie emozioni, scoprire le proprie risorse e costruire, passo dopo passo, un’identità autentica.
È un percorso che richiede tempo, fiducia e relazioni significative: proprio da queste esperienze prende forma la possibilità di diventare, di abitare il proprio posto nel mondo.
Questo è quello che vogliamo fare, con un’équipe multidisciplinare: accompagnare a fare esperienze, del corpo, della voce, delle proprie emozioni e dei propri pensieri. E poi raccontare, scrivere, immergersi nelle arti, trasformare e prendere consapevolezza di tutto quello che si è e si può diventare, con linguaggi diversi, accessibili e che restituiscano bellezza.
Di Chiara Nicole Zuffrano
Pedagogista, Insegnante, Formatrice certificata in Metodo Caviardage®

Pedagogista, insegnante specializzata per le attività di sostegno, filosofia e scienze umane e formatrice del Metodo Caviardage®.
Mi occupo di consulenza pedagogica e supervisione, sostegno alla genitorialità e percorsi rivolti ad adolescenti, famiglie, insegnanti ed educatori. Nel mio lavoro integro pratiche narrative autobiografiche, metodologie metacognitive e linguaggi artistico-espressivi per promuovere cura di sé e crescita personale, progettualità e orientamento, metodo di studio per persone con bisogni educativi speciali, consapevolezza e valorizzazione delle risorse personali.
Riferimenti Bibliografici
- Eugenio Borgna, (2017), Le parole che ci salvano, Einaudi, Torino
- Duccio Demetrio, (1995), Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano.
- Erik H. Erikson, (1995), Gioventù e crisi d’identità, Armando Editore, Roma
- Umberto Galimberti , (2008), L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano.
- Riccardo Massa, (2003), Educare o istruire? La fine della pedagogia nella cultura contemporanea, Unicopli, Milano.
- Luigina Mortari, (2013), Aver cura della vita della mente, Carocci Editore, Roma.
- Platone, (1971), Teeteto, Editori Laterza,Bari.
- Zuffrano Chiara Nicole, (2014), Dis-lessico familiare. in Mancino Emanuela, a cura di, Farsi tramite. Tracce e intrighi delle relazioni educative, Mimesis, Milano.


