Ci sono dei temi che affollano la stanza di terapia presentandosi ripetutamente da parte di persone diverse, tutte nello stesso periodo di tempo. Come se ci fosse una sorta di “concentrazione” nell’aria di quel tema esistenziale. Forse esistono dei “vasi di Pandora” nella società in cui abitiamo che, una volta scoperchiati, iniziano a far defluire tutti i “mali” in essi custoditi… i quali fuoriescono, gassosi, informi, depositandosi sugli oggetti o salendo verso il cielo come le nuvole, sempre in movimento, dentro alle quali è possibile scorgere una forma più definita, e allora diciamo: “ecco guarda!”.
L’argomento di cui vorrei parlare oggi è molto complesso. Scelgo appositamente questo aggettivo perché non intendo schierarmi in maniera aprioristica verso una posizione o l’altra, pur consapevole che si tratta di una questione divisiva che, per sua natura, accende gli animi, forse anche per ragioni culturali. Parlo infatti della domanda da un milione di dollari che diverse persone si pongono, in alcuni momenti della loro vita:
“ha senso continuare la relazione con un genitore che si è mostrato, costantemente e irrimediabilmente, tossico?”
Anche la scelta dell’immagine di copertina non è casuale: a volte ci si sente intrappolati sulla tela di un ragno, dei fili viscosi ma trasparenti, difficili da vedere… Soprattutto quando il paesaggio attorno “appare” così bello.
Questo articolo è per te se…
Non mi rivolgo a chi “tronca” in maniera sistematica, come modo di evitare le emozioni scomode, come quelle generate dai conflitti familiari (elemento intrinseco a qualsiasi relazione).
Mi rivolgo piuttosto a quelle anime ferite che ci hanno creduto, ci sperano ancora, in una riconciliazione, in una evoluzione riparativa del rapporto. Ma, dopo vari saliscendi, fasi di apparente riappacificazione e successivi crolli drammatici, si ritrovano a fare i conti con un potenziale di energia interiore sempre più depauperato, il dolore d’una ferita aperta e quel sottile, ma faticosissimo, senso di impotenza. Perché per poter evolvere, una relazione ha bisogno di qualche cambiamento da parte di entrambi i poli che la definiscono. Che vi sia, quanto meno, un riconoscimento del vissuto soggettivo reciproco. E non tutti sono in grado di offrirlo.
Una questione di sistema
Dirò di più: affinché un rapporto familiare si trasformi, serve un cambiamento strutturale di TUTTO IL SISTEMA in cui quella diade relazionale ha dimora. Molto spesso, infatti, il mantenimento rigido di un certo copione familiare non dipende solo dalle interazioni fra i due interlocutori principali, ma anche dai giochi di alleanze, collusioni, triangolazioni da parte degli altri membri della famiglia: padri, madri, fratelli, sorelle, nonni… talvolta persino zii e cugini.
Faccio un esempio.
Una bambina viene abusata da parte di un parente della madre, ripetutamente, senza che alcun adulto si ponga delle domande di fronte ai segnali palesi di “qualcosa che no va”. Quando poi la questione viene esplicitata, la risposta materna è: “non diciamo nulla a papà, altrimenti non possiamo più frequentare gli altri parenti”. Quanti bisogni, e di quali personaggi, sono in gioco?
Da adulta, sarà molto difficile per questa bambina, ormai divenuta una donna, recidere totalmente i rapporti coi genitori. Lo fa da un certo punto di vista, interiore soprattutto; ma nel concreto della vita quotidiana è difficile evitare le loro invasioni nel suo spazio fisico e mentale.
La sua vita va avanti comunque, cresce, chiede aiuto, cura le sue ferite. Evolve, ama, si aggrappa alla vita. Eppure… eppure, nelle segrete del suo castello interiore, c’è una zona buia che è molto difficile attraversare. Forse perché la soglia non è mai stata varcata del tutto. E restare lì, sulla soglia, impedisce di sentirsi pienamente presente a sé stessa.
Secondo esempio.
Una giovane donna cresce in un contesto familiare connotato dal maltrattamento come modalità principale di entrare in relazione. Poi la ragazza cresce, si emancipa grazie al suo talento e alla determinazione che la portano a studiare e poi trovare impiego a molti km di distanza dalla casa d’origine. Eppure…
Il cordone ombelicale, quel senso di “ti devo la vita, in quanto mi hai partorito”, resta… Qui il “ti devo” non è la constatazione di una realtà biologica, ma un messaggio costantemente ribadito in maniera strumentale, da parte dei genitori, per poterla tenere sotto controllo, nell’incapacità (dei genitori) di rimediare alle proprie ferite trans-generazionali.
Umiliazioni, intrusioni, induzione di sensi di colpa, erano all’ordine del giorno, anche a “distanza”, per per diversi anni, fino ad un ennesimo, dolorosissimo momento di rottura, in cui le dinamiche genitoriali erano sempre le stesse (maltrattanti), ma la consapevolezza di sé era cambiata: “ora lo riconosco, quello che fa”. Questa presa di coscienza, cambia tutto. Una parte del Sé non può più accettare di stare dentro a quel sistema perverso. Sa che quelle dinamiche non cambieranno solo perché lei lo chiede. Eppure…
…è difficile uscire davvero dalla dinamica o restarci dentro ma senza perdere la bussola interna del suo valore. Anche qui, una soglia che non viene varcata del tutto. Un senso di liminarità, di stare in bilico.
Che significato ha per lei il “lasciar perdere”? Fino a quel momento, lasciar perdere era stato il modo con cui gli altri membri della famiglia cercavano di mettere a tacere il senso di ingiustizia. Una cosa molto diversa dal sano “lasciar perdere” per evitare di infondere energie mentali in una “causa persa”, preservando questo capitale psicologico per altri scopi di vita, più costruttivi.
In una dinamica dove non c’è spazio per il riconoscimento, dove l’avere il capro espiatorio fa comodo a tutti quanti, in un equilibrio omeostatico asfissiante, è complicato capire come uscire dalla tela del ragno.
Rompere i legami di parentela: sacrilegio, in una cultura familista da migliaia di anni
Quello delle rotture familiari è un problema “nascosto in bella vista” , secondo sociologo K. Pillemer. Tanti lo vivono, pochissimi ne parlano. Perché genera stigma, paura e reazioni contro-fobiche. L’Italia è un paese “familista” dove le relazioni familiari hanno un valore culturale potentissimo, quasi “sacro”.
L’archeologia testimonia come il culto della famiglia fosse uno dei valori fondanti la società italica, e in particolare lucana, già in epoca ellenistica. Massimo Osanna, professore di Archeologia all’Università di Napoli, lo fa capire molto bene parlando della fortuna che il mito di Antigone ebbe nella produzione ceramica locale nella zona di Metaponto (Basilicata).
Egli spiega come la vicenda di Antigone – eroina della piétas famigliare in contrasto con i soprusi di potere politico, pur avendo avuto molta fortuna nella produzione teatrale in epoca classica, non trovò il medesimo riscontro nell’arte pittorica greca, soprattutto dopo la contrazione del mercato locale a seguito delle varie guerre del Peloponneso, vuoi anche perché le élites aristocratiche Ateniesi in quel periodo preferivano commissionare temi più “soft” per imbellire i loro banchetti. Invece, proprio nello stesso periodo (a cavallo del V sec. a.C.), negli insediamenti coloniali posti nelle attuali regioni Calabria e Basilicata, il mito di Antigone torna a brillare attraverso un fenomeno di riattualizzazione contestuale del mito.
“L’ideologia del legame famigliare doveva essere particolarmente caro alle nuove élite lucane del IV secolo a.C.” Massimo Osanna

Vediamo quindi che il valore sacro dei legami di parentela ha una radice culturale antichissima, pre-cristiana e squisitamente italica.
Non c’è da stupirsi che poter anche solo prendere in considerazione l’idea di recidere tali legami sia fonte di enorme turbamento interiore, uno tsunami dentro il mondo archetipico collettivo e una ferita psicologica per la quale, culturalmente, esistono ben pochi medicamenti.
A tal proposito, non mi stupisce nemmeno trovare in alcuni forum diversi riferimenti al “finalmente mi sento meno solo/a; non pensavo che altri potessero viverla come me; ma tu come hai fatto?”, mentre si parla dell’esigenza di tagliare i ponti con genitori maltrattanti e che rappresentano “una causa persa”.
Accanto al trauma personale, dobbiamo aggiungere quello culturale: chi sceglie la propria salvezza deve farsi carico dello stigma, non solo da parte degli altri membri della famiglia (che, ribadisco, è spesso un sistema chiuso altamente collusivo), ma anche del giudizio che la cultura intera porta, come una sorta di maledizione che ricadrà dai padri ai figli e ai figli dei figli, proprio come nel mito classico.
Una scelta di sostenibilità
Non siamo eroi che combattono tutto e tutti. Siamo esseri umani. Forse più simili a Ismene, sorella di Antigone, la quale afferma:
“Non è una questione di principi: semplicemente, non ho la forza di agire sfidando la città” (Sofocle, Antigone, prologo).
Se nell’opera sofoclea il riferimento era al coraggio di sfidare la legge del tiranno Creonte per ribadire il valore dell’amore fraterno (e della legge divina che richiede una cerimonia funebre per i morti), oggi in Italia il focus cambia: la sfida per alcuni diventa come potersi sentire integri, e continuare a vivere (non solo sopravvivere), quando la base sacra porta in sé il seme della contaminazione, della rovina.
Ci vuole molta “forza” per sfidare la città. E volersi bene, dal mio punto di vista, significa fare i conti anche con questo. E’ un tema di sostenibilità, non solo di coerenza e coraggio.
A differenza della tragedia greca, la vita reale è molto più ricca di sfumature. Non sempre la scelta è di tipo bianco o nero, “o la mia vita o la tua”. Questa posizione rigida è esattamente ciò che definisce la tragedia, secondo Valeria Parrella:
“non c’è possibile mediazione. Non c’è compromesso. Il carattere tragico delle opere classiche è questa mancanza di compromesso […]. Non dobbiamo pensare che è una tragedia perché finisce male. Finisce anche male. Ma si dice che un’opera è una tragedia quando i protagonisti sono così ancorati, nel carattere, al loro destino che le rispettive posizioni resteranno per sempre irriducibili l’una all’altra. Questo è il tragico: l’inutilità del dialogo, l’impossibilità delle persone di trovare una mediazione”.
Capire dove sta il tragico, nella propria esistenza, è a mio avviso un compito evolutivo fondamentale. Per citare le parole di Froma Walsh, terapeuta familiare e riferimento in tema di resilienza, per poter evolvere anche nel dolore, bisogna affinare “l’Arte di padroneggiare il possibile”: capire dove c’è margine di cambiamento, cosa dipende da noi e cosa invece possiamo solo osservare, scegliendo però la posizione da cui osservarlo.
In questo, io credo che il mio compito come terapeuta non sia di spingere le persone verso un auto-immolarsi in maniera stoica (e a volte tragica), ma prenderci il tempo per versare tutte le lacrime, esprimere tutti i non-dicibili, fare una carezza su tutte le parti di sé che sono rimaste ferite, spaventate, bisognose o anche solo confuse… e intanto coltivare il proprio dàimon, la scintilla divina che è insita in ciascun essere umano e ci spinge a sviluppare il nostro destino, unico, che nessuna legge, umana o divina, può definire a priori.
Ci vuole tempo, è un percorso impervio, tutt’altro che lineare… che diventa percorribile quando c’è sufficiente spazio e risorse per tenere insieme la complessità che alberga in ciascuno di noi.
Consapevoli che il taglio netto, per quanto sia già un punto di arrivo rispetto ad un cammino di trasformazione, è anche il punto di inizio di un nuovo viaggio, molto più interno. Quello della bonifica e del venire a patti, non più (solo) con gli altri esterni che hanno assediato il nostro confine, ma anche con le loro voci che abbiamo interiorizzato e con le sensazioni del corpo che, a volte, continuano a comunicare un senso di pericolo o insicurezza.
Parliamone insieme
Se senti che l’argomento ti interessa, vorresti conoscere altre persone che come te si domandano “come fare” in un rapporto familiare particolarmente tossico e incistato, scrivimi. Possiamo organizzare un momento collettivo dove incontrarci e lasciar risuonare le vibrazioni delle diverse storie personali. Senza la pretesa di trovare “la soluzione” definitiva (spoiler: non c’è; perché nella vita ci si mette in gioco sempre, le esigenze cambiano, e quello che può andarti bene adesso potrebbe non andare più così bene un domani).
…Ma provando a vedere il problema da angolature differenti, sentendosi un po’ meno soli e, magari, a poterci “stare” nel problema con un po’ più agio e lucidità mentale. In uno spazio di confronto aperto, non-giudicante, dove condividere esperienze, vissuti, dubbi… in una maniera che non ha il sapore della “terapia”, ma piuttosto, di umanità.
Stefania Pozzi, psicologa-psicoterapeuta.

Ha fondato il Centro Mera-Gorini mossa da una profonda convinzione: la “relazionalità” è il motore principale della vita. Da anni si occupa di dinamiche familiari, coppie, esiti di attaccamenti traumatici, con una particolare attenzione al rispetto della sensibilità altrui e all’integrazione del piano verbale con tutti gli altri aspetti dell’esperienza: corpo, emozioni, gruppi, società.



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