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Dis-lessico familiare: la scrittura autobiografica e poetica per prendersi cura di sé e dei legami familiari

di Chiara N. Zuffrano, pedagogista

Ci sono parole che sembrano definirci prima ancora che possiamo iniziare a raccontarci. 

Famiglia è una di queste. È una parola antica, quotidiana, apparentemente ovvia. Una parola che, appena pronunciata, sembra già anticipare tutto quello che contiene. 
Eppure, non appena proviamo ad avvicinarci, i suoi confini si fanno meno nitidi. 

Famiglia è e non è, prende forma di casa, appartenenza, supporto e amore incondizionato, e anche di abbandono, instabilità, rancore e conflitto. Parla di origini e separazioni, cura e trascuratezza, memoria e desiderio, rifugio e fuga, nascita e lutto, passaggi e trasformazione. 

È il luogo da cui veniamo ma anche uno dei primi da cui abbiamo bisogno di prendere distanza per poter mettere a fuoco chi siamo, distinguere l’io dal noi e, infine, diventare. 

Quanto più una realtà familiare si fa complessa e multiforme, a prima vista incomprensibile o “non tradizionale”, tanto più rischia di cadere nella trappola della definizione

Definire rassicura: traccia un perimetro, mette ordine, assegna ruoli e qualità. Tuttavia, ogni volta che sentiamo «questa famiglia è così», «questo padre è così», «questa figlia è così», «questa relazione è così», possiamo accorgerci facilmente che qualcosa resta fuori dall’inquadratura. 

Le parole definitive immortalano da un unico punto di vista e non tengono conto di una dimensione fondamentale per ogni forma di vita, quella del divenire: dopo la definizione, infatti, la vita continua a muoversi e noi a crescere e cambiare. 

Come impariamo presto sulla nostra pelle, esistono parole che fanno spazio e altre che sembrano mettere un punto: sei fatto così, questa è la tua famiglia, questo è il tuo problema, questa è la tua storia. Eppure ogni persona e ogni relazione eccedono sempre la definizione. E quello che nella definizione non si vede, ma c’è, viene alla luce attraverso un altro tipo di linguaggio per dirsi, quello del racconto personale.

Raccontarsi significa dare voce alla nostra storia nella sua sostanza invisibile, fatta di ciò che quell’esperienza, quel luogo, quell’insieme di persone, quelle relazioni, in modo imperfetto e parziale, ma vissuto e personale, sono e significano per noi. 

Le parole con cui raccontiamo noi stessi e gli altri non sono neutre né universali, perché sono imbevute della nostra esperienza e di come l’abbiamo attraversata. 

Ci accorgiamo così che le parole che usiamo diventano vive e ci riguardano da vicino, risuonano con il nostro sentire e fanno la differenza.

È la stessa distanza che c’è tra il leggere la descrizione meticolosa di una città su una guida turistica e l’addentrarcisi per davvero insieme a chi ci è nato e cresciuto: lasciarsi condurre, sentire gli odori, incappare negli imprevisti e negli stupori. Un abitante del posto ci porterà dentro a ciò che gli è familiare, ai suoi luoghi del cuore, quelli che in base alla sua esperienza, alle sue emozioni, alla sua storia e alla sua relazione con le cose e le persone ritiene imprescindibili e significativi.

Ecco il valore prezioso del racconto autobiografico.

Nei racconti personali le parole agiscono come detonatori psichici, scintille che interrompono l’ovvio e testimoniano un’esistenza. Possono diventare confini oppure passaggi, imprigionarci in un’identità già scritta o aiutarci a intravedere ciò che ancora non sappiamo di noi, diventando occasioni potenti per prendersi cura di sé. 

Attraversare: andare oltre le definizioni

Spesso il linguaggio della cura, dell’educazione e perfino quello intimo della famiglia sono mossi dall’urgenza di spiegare: diagnosi, ruoli, momenti di difficoltà, silenzi. 

Tuttavia, una famiglia non coincide mai con la diagnosi di uno dei suoi componenti, così come una persona non è riducibile alla propria fragilità o al racconto che altri hanno fatto di lei. 

Ogni vita custodisce zone d’ombra e contraddizioni, desideri e possibilità, e ognuno, nel suo contesto e con le sue risorse, è chiamato a dirsi e a trovare parole proprie, abbastanza capienti, per farlo.

Nell’accompagnamento pedagogico, alla fretta di definire è opportuno sostituire un movimento più lento e delicato. La Clinica della Formazione lo descrive come un Approssimarsi: il farsi vicini proprio della philia, quel volere il bene dell’altro che, dalla filosofia antica in avanti, appartiene profondamente all’umano e alle pratiche di cura di sé.

Farsi vicini non per definire, ma per mettersi in ascolto: che cosa significa per te tutto questo? Quale immagine ti viene in mente per descriverlo? Quale parola useresti per raccontare quello che senti? Che cosa aggiungeresti a questa storia?

Quando il racconto fa emergere l’invisibile

Nel racconto di sé le parole cambiano consistenza, diventano porose e stratificate. Si popolano di immagini, persone, emozioni, ricordi, silenzi. Diventano evocative, restituiscono, tradiscono e ricompongono ciò che abbiamo vissuto. Contengono, soprattutto, la nostra voce. E questa è una faccenda delicata.

Come osserva Laura Formenti sui racconti familiari, “ci sono vincoli a raccontare, in certe relazioni, che impediscono al soggetto di dire la sua storia, quella che sente più aderente alla sua esperienza di vita. Queste relazioni, affettive, educative o terapeutiche che siano, esercitano una violenza sottile quanto distruttiva sulla possibilità reale di raccontarsi, di ricordare, di essere se stessi. Avere memoria significa primariamente avere voce”.

La scrittura autobiografica può diventare, così, uno strumento di cura e autodeterminazione. Scrivere non è registrare passivamente i fatti, ma scegliere come guardarli: muovere lo sguardo, cambiare prospettiva e dare forma e voce a ciò che era rimasto inespresso.

Nella stanza della consulenza, proprio mentre raccontiamo, possono affiorare immagini inattese: mi sentivo su una barca alla deriva; eravamo naufraghi sopravvissuti a una tempesta; quella casa era un rifugio di vetro che è andato in frantumi; straripavo di gioia e di speranze; portavo uno zaino troppo pesante; tra noi c’era un muro; finalmente dopo tutto quel buio abbiamo aperto gli occhi.

Accompagnare ciascuno ad abitare le proprie metafore è il primo passo verso un processo di cura e conoscenza di sé, perché la metafora arriva dove il linguaggio della definizione non ha accesso.

La metafora non spiega ma mostra, e così ci avvicina al monstrum, ciò che all’improvviso si svela e che con coraggio riportiamo alla luce nella relazione d’ascolto, trovando insieme le parole per raccontarlo. 

Chi raccoglie i racconti di famiglia sa che ciò che si manifesta come perturbante rimanda a significazioni profonde, non immediate, apparentemente oscure, proprie dello stare in relazione con un contesto vivo in costante disequilibrio, in cui le parole entrano spesso in crisi nel tentativo di rinegoziare o rifondare un significato condiviso. 

Sfido chiunque, vista l’impresa, a non averne anche in parte paura.

Scrivere per diventare

La scrittura autobiografica e quella poetica possono creare una piccola distanza tra ciò che ci è accaduto e ciò che possiamo farne, in un tempo diverso e con parole aperte e nuove. 

Nel processo di cura di sé attraverso la scrittura, una parola può essere sostituita, una frase può essere riscritta, un ricordo può essere osservato da un altro punto di vista, una metafora può mostrare una possibilità di interpretazione che prima non vedevamo.

In questo senso, raccontarsi è un atto di autodeterminazione, perché significa sottrarsi alle narrazioni altrui e riappropriarsi della propria capacità di scelta e delle proprie parole. 

Significa innescare un movimento generativo recuperando la dimensione del desiderio, che è una spinta vitale. Il desiderio di dirsi, di comunicare, di ricostruire frammenti della propria storia e provare a raccontarla in modo nuovo, riappassionarsi a sé, accogliere e fare pace,

rispondere non più alle aspettative altrui ma a una domanda di cura: come sto adesso? E come scelgo, oggi, di raccontarmi?

Appartenere: la potenza e l’ambivalenza dei legami

La famiglia è uno dei primi luoghi in cui impariamo a dire noi
È casa e appartenenza, ruoli e aspettative reciproche, l’origine delle relazioni e degli sguardi di riconoscimento.

Ci sono famiglie in cui ci si vuole semplicemente bene ed è bello raccontarsi nel tempo le esperienze vissute insieme, altre in cui il bene può essere una questione problematica e ricordare il passato è piacevole come attraversare un campo minato.

Appartenere può significare sentirsi radicati in una trama condivisa, ma anche percepirsi costretti in ruoli troppo stretti. Sappiamo bene che l’appartenenza che sostiene può talvolta trasformarsi in condizione di cattività, fino a far nascere il desiderio di fuga, trasgressione, tradimento, ricerca di nuove appartenenze, nelle famiglie che ci si sceglie.  

Scrivere della propria storia non serve a distribuire torti e ragioni, ma a riconoscere le trame che ci hanno formati: l’idea di amore e accudimento che abbiamo assimilato, i racconti che abbiamo ricevuto in eredità, i ruoli che abbiamo abitato, le aspettative che abbiamo fatto nostre e quelle che sentiamo il bisogno di lasciar andare. Di che cosa è fatta la cura che desideriamo ricevere e che a nostra volta vorremmo dare.

A volte basta una sola domanda da cui partire, per elaborare il nostro “fare parte di”: Quando penso a me dentro alla mia famiglia, qual è la prima immagine che vedo? 

Dire il dolore, coniugarsi al futuro

Ci sono esperienze che trovano subito le parole adatte per essere raccontate e altre che rimangono a lungo mute. Fra queste, le esperienze del dolore.

Nella tragedia greca, chi non aveva la possibilità di esprimere il proprio punto di vista dissonante e ferito era chiamato proprio così, persona muta

Non tutto il dolore può essere detto mentre lo si attraversa: a volte mancano le parole, o la difesa costruita per sopravvivergli è tale da anestetizzare la sofferenza fino a non accorgersene. 

A volte il silenzio lo detta il contesto: si può crescere in relazioni in cui alcune cose non si dicono, alcune domande non si fanno, alcune ferite devono rimanere fuori dal discorso. 

Si può crescere in dinamiche di manipolazione, triangolazione e abuso emotivo tali da non riuscire a mettere a fuoco una narrazione sufficientemente sana di sé e degli altri.

Sappiamo anche che il silenzio non è mai semplicemente assenza di parole: a volte diventa una forma di difesa e un rifugio, di cui però si può perdere la chiave per uscire.

Poter raccontare la propria storia significa in questi casi poter abitare pienamente la propria memoria, nominare, scegliere le parole più aderenti a sé e prenderne consapevolezza, per poi farne qualcosa, ciascuno con i propri tempi, accompagnato e al sicuro nella stanza e nella relazione di consulenza.

Per questo il lavoro autobiografico non chiede di dire tutto, né di dire subito. 

Chiede piuttosto: che cosa oggi può essere detto? E in quale forma? A volte è una frase, a volte un’immagine, a volte un pensiero poetico, a volte una parola isolata su un foglio.

La scrittura poetica diventa preziosa proprio quando il discorso lineare non basta o non è ancora possibile. 

Le immagini aperte e libere della metafora poetica permettono di accostarsi al dolore con rispetto, sostando sulla soglia tra un dentro e un fuori, senza violare lo spazio dell’intimità. 

È proprio sulla soglia di una casa che Euripide pone una nutrice a denunciare come nessuno abbia ancora trovato il modo di ascoltare Medea, una persona disperata, e curarne gli odiosi affanni, suggerendo una soluzione “Eppure sarebbe un vantaggio che i mortali, coi canti, curassero questi mali”. Coi canti, ovvero con il linguaggio prezioso delle parole poetiche e non definitive, quelle con cui il dolore può essere detto: un linguaggio generativo di possibilità ulteriori. Oltre questi mali.

La consulenza pedagogica attraverso la scrittura si propone proprio questo: farsi dialogo del profondo e custodire un lessico mutevole, capace di dare voce e valore a ciò che nelle vite è complesso e al dolore che reclama ascolto, per poter essere trasformato. 

Riferimento bibliografico:

Da C.N. Zuffrano, “Dis-lessico familiare: il linguaggio rischiante degli attraversamenti” in E. Mancino, 2014, “Farsi tramite. Tracce e intrighi delle relazioni educative”, Mimesis Edizioni, Milano.

Dott.ssa Chiara N. Zuffrano: qualcosa su di me…

Sono una pedagogista, docente e formatrice e lavoro da anni in ambito scolastico e universitario, nei servizi educativi, con enti pubblici e nel privato sociale.

Il mio lavoro si concentra in particolare sull’adolescenza, la genitorialità, i bisogni educativi speciali e la cura delle relazioni, intrecciando consulenza pedagogica, pratiche narrative e autobiografiche e linguaggi poetico-espressivi.

Mi occupo di consulenza pedagogica rivolta a genitori, adolescenti e giovani adulti, accompagnandoli nei momenti di passaggio per riconoscere e sviluppare risorse educative e relazionali e favorire processi di orientamento e cambiamento. Conduco inoltre gruppi, laboratori esperienziali e percorsi di formazione e supervisione rivolti a genitori, insegnanti, educatori e professionisti della cura.

Nel mio lavoro cerco di costruire spazi in cui sia possibile fermarsi, interrogare la propria esperienza e trovare parole nuove per raccontarla. Integro il dialogo pedagogico con la pedagogia della narrazione, la scrittura autobiografica e poetica, le pratiche narrative e metacognitive e i linguaggi artistico-espressivi. Il lavoro sulle parole e sui diversi linguaggi, sulle immagini e sulle metafore può aiutare ogni persona a riconoscere le proprie risorse, attribuire nuovi significati all’esperienza e diventare protagonista attiva della propria storia.

Altre informazioni su di me…

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, con indirizzo in consulenza pedagogica e pratiche filosofiche, preceduta dalla Laurea in Scienze dell’Educazione. Negli anni ho approfondito la pedagogia narrativa e autobiografica, la Clinica della Formazione, la filosofia e le pratiche di cura educativa e le metodologie di apprendimento inclusive.

Sono docente specializzata per le attività di sostegno e insegnante abilitata di Filosofia e Scienze Umane nella scuola secondaria di II grado. L’esperienza quotidiana nella scuola ha consolidato la mia passione e il mio interesse per l’adolescenza, l’inclusione e i bisogni educativi speciali, l’orientamento e il metodo di studio, con particolare attenzione alla costruzione di percorsi accessibili e capaci di valorizzare le risorse e le possibilità di ciascuno.

Per diversi anni ho collaborato con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca come Cultrice della Materia per gli insegnamenti di Filosofia dell’educazione e Metodologie della formazione, incontrando nel mio percorso maestri e riferimenti pedagogici e filosofici come Duccio Demetrio, Claudia Baracchi e Riccardo Massa. In ambito universitario ho condotto cicli di lezioni e seminari dedicati alla scrittura autobiografica e approfondito la ricerca sulla pedagogia della narrazione, contribuendo a pubblicazioni e convegni. Sono stata inoltre tutor del Corso di perfezionamento in Scienze, metodi e poetiche della narrazione e ho fatto parte del gruppo di ricerca Trame educative per l’insegnamento di Filosofia dell’educazione.

L’esperienza universitaria ha contribuito a dare forma a una postura professionale in cui teoria e pratica rimangono strettamente intrecciate: il sapere pedagogico diventa esperienza incarnata nelle pratiche e, insieme, una lente attraverso cui interrogare e narrare ciò che accade nei contesti educativi, senza ridurne la complessità.

Sul piano educativo e territoriale ho lavorato per diversi anni in progetti e servizi rivolti a minori e famiglie, collaborando con scuole, enti pubblici, servizi e realtà del privato sociale. Oggi porto questa esperienza nella consulenza pedagogica, nella formazione e nella progettazione di percorsi rivolti ad adolescenti, famiglie e professionisti dell’educazione.

Sono inoltre formatrice certificata del Metodo Caviardage®, che utilizzo insieme alle pratiche autobiografiche e narrative nei percorsi individuali e di gruppo. La scrittura, la poesia e l’arte diventano così possibilità per avvicinarsi alla propria esperienza anche quando il linguaggio abituale non basta: per dare forma a ciò che ancora non ha parole, aprire nuovi significati e trovare un modo più personale di abitare la propria storia.

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