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Comunicazione emotiva tra genitori e figli: l’incredibile potenziale del saper “stare”.

5–8 minuti

La comunicazione emotiva all’interno della famiglia è uno degli aspetti più delicati e, spesso, meno consapevoli del legame tra genitori e figli. 

Non si tratta solo di “parlare” o di “capirsi”, ma di riuscire a stare nelle emozioni proprie e dell’altro – senza volerle subito cambiare, negare o tamponare

Dietro alcuni gesti protettivi, come i tentativi di rassicurazione immediata o di soluzione rapida, si nasconde a volte una difficoltà profonda: quella di tollerare l’emozione, in sé e nell’altro. Questa capacità affonda quasi sempre le radici nella propria storia affettiva. 

Ho deciso di scrivere queste righe perché negli ultimi mesi trovo che questo tema ricorre davvero molto e in vari frangenti della mia attività professionale, dai colloqui di terapia di coppia, al supporto genitoriale e di psicoterapia, ascoltando adulti, giovani e bambini. E’ davvero pazzesco, ai miei occhi, quanto sia impattante, a volte con ricadute, in termini di malessere relazionale e sintomi psicologici, anche maggiore rispetto a quanto può generare un “trauma” in senso stretto.

Proverò a riportare alcuni esempi particolari, per condividere una riflessione conclusiva di taglio più universale.

Spegnersi dentro, per proteggersi 

Primo caso. Pensiamo, ad esempio, a un uomo adulto, padre, che arriva in terapia per una crisi di coppia. La partner gli rimprovera di essere distante, “irraggiungibile”, come dietro un velo. Lui stesso si accorge che a volte “si scollega”: non lo fa apposta, ma è come se qualcosa dentro di lui si spegnesse per non essere travolto. 

Dietro questo disconnettersi notiamo che si cela un meccanismo antico: una forma di autoprotezione imparata da bambino, quando le proprie emozioni non avevano spazio. 

La sua era una madre attenta, amorevole ma sempre pronta ad “aggiustare”, a consolare troppo presto, a deviare dal disagio senza mai lasciarlo esistere. Il messaggio implicito diventava: “tristezza e rabbia non sono emozioni da sentire, ma da eliminare subito.” 

Diventando adulto, quel bambino non ha appreso che le emozioni si possono attraversare restando presenti. Così, di fronte alla sofferenza — propria o altrui può solo fuggire o spegnersi. E nell’intimità familiare, questo lascia gli altri con la sensazione dolorosa di un’assenza: non ci sei quando ho bisogno di te.”

Un problem-solving che soffoca l’ascolto 

Andiamo al secondo esempio. Ragazzina sulla soglia dell’adolescenza. Diverse esperienze familiari difficili, affrontate con coraggio insieme alla mamma, pilastro, fino a quel momento, di sicurezza e conforto in mezzo alle avversità.

Dopo anni di “apparente” iper-resilienza, ecco che scoppia la “bomba” del malessere. Non ce la fa più a reggere il ruolo della figlia forte, ma soprattutto – lo si capisce man mano – inizia a rendersi conto che le rassicurazioni materne circa le sue risorse, hanno un retrogusto amaro, come un: “non c’è spazio per le sbavature“.

A sua volta la madre è una donna tosta, che ne ha affrontate tante. Molto sensibile ai temi sociali e di salute mentale. “Apparentemente” la persona perfetta per gestire al meglio il dolore psicologico. Eppure…. eppure anche lei ha sofferto, ha dovuto contenere in uno spazio blindato le proprie parti ferite, imperfette, vulnerabili…. Ed oggi, esercita il suo ruolo genitoriale all’insegna della gestione pratica ottimale, ma con una sorta di “urgenza” di “risolvere i problemi” che lascia poco respiro agli aspetti più incontrollabili e delicati del dolore emotivo.
La minimizzazione del malessere (“sei forte, vedrai che passa) si alterna a reazioni avversive, quasi sprezzanti, verso i comportamenti con cui la ragazza esprime il suo “non ce la faccio“.

In tutto questo, il malessere non-riconosciuto tende (come spesso accade) ad incallirsi, prendendo la forma di comportamenti impulsivi e uno stato depressivo sempre più acuto.

Il bisogno relazionale della figlia, infatti, non è che qualcuno “risolva” al posto suo i problemi. Certe difficoltà, certe esperienze traumatiche, del resto, non si possono cambiare: il dolore va attraversato per poterlo lasciar andare veramente… ma per farlo, occorre sentire di avere accanto qualcuno che c’è, empaticamente, senza farsi perturbare troppo. Un punto di riferimento caldo ma fermo.

Dialogando con entrambe, si arriva a comprendere come l’unica cosa “urgente” da “fare” sia il SO-STARE: affinché quelle emozioni senza nome possano sentirsi viste, accolte, riconosciute… e non più sole.

Lo spazio della sospensione 

In entrambi i casi descritti, ciò che manca è uno spazio di sospensione emotiva, libero da giudizio, nel quale poter semplicemente stare insieme” nell’esperienza emotiva. È proprio in questo spazio che si costruiscono competenze fondamentali come la regolazione emotiva: saper riconoscere, nominare e modulare le proprie emozioni senza esserne travolti. 

Un genitore che riesce a rimanere presente accanto alle emozioni del figlio — senza fuggire né intervenire troppo – insegna, più che con le parole, che le emozioni non sono pericolose. Che possono essere attraversate e comprese. E che la vicinanza non è (solo) fare o consolare, ma anche “esserci”, semplicemente. 

In questo modo, per altro, si lascia lo spazio anche alle naturali competenze dei bambini, i quali, quando si sentono ascoltati davvero, hanno una incredibile creatività nel trovare “soluzioni” personalizzate al problema di come esprimere e modulare i loro affetti in modi compatibili col benessere, ed il rispetto, proprio e altrui.

La trasmissione invisibile delle emozioni 

Ogni famiglia porta con sé una sorta di eredità emotiva intergenerazionale. Ciò che un genitore non ha potuto vivere o tollerare nel proprio vissuto tende a riaffiorare nel modo in cui reagisce alle emozioni dei propri figli. 
Si badi bene: non si tratta solo di “replicare” modelli di genitorialità appresa (“faccio come faceva mia mamma/mio padre”), ma proprio di reazioni emotive spontanee, basate sulla propria esperienza come figli.

Prendere consapevolezza di questo meccanismo – spesso inconsapevole – è un passo di grande responsabilità e libertà. Significa trasformare la colpa (“non sono un buon genitore”) in curiosità e compassione verso se stessi, aprendo la possibilità di fare diversamente. 

Prendersi cura e amare, infatti, non significa proteggere dalle emozioni difficili, ma accompagnare attraverso di esse. 

Uno spazio di presenza 

“Quindi cosa devo fare?”. Si può stare in silenzio, commentare, condividere altri pensieri…. ciò che conta spesso, non è il “cosa si fa”, ma la capacità di restare. Restare accanto, restare in ascolto, restare in contatto anche quando ciò che l’altro sente è doloroso, caotico, imperfetto. In quello spazio nasce la connessione vera e la possibilità, per ognuno, di crescere emotivamente. 

E voi, che tipo di ascolto avete ricevuto? Come vi sentite quando qualcuno a voi caro prova a condividere i suoi fardelli?

Sarò felice di accogliere le vostre storie.

Dott.ssa Stefania Pozzi, psicoterapeuta, PhD
responsabile Centro di Psicologia Mera-Gorini

Si occupa di psicoterapia con adulti e adolescenti, supporto alla genitorialità, terapia di coppia e familiare, collaborando assiduamente con le colleghe dell’équipe Mera-Gorini e con professionisti esterni, per una crescita professionale continua.

Consigli di lettura:

Inevitabilmente, un colosso che non tramonta mai: La Resilienza Familiare, di Froma Walsh!

Ma anche: Segreti di donne. Le relazioni precoci tra madre e figlia, di B. G. Cramer.

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