In questo articolo esploro la depressione post partum non come semplice condizione ormonale o clinica, ma come una crisi di riconoscimento e di individuazione del sé: un passaggio di rinascita interiore in cui si intrecciano fattori personali, familiari e socioculturali — anche nelle donne più “emancipate” e consapevoli.
Diventare genitori: crisi di identità e trasformazione
Come ha descritto Daniel Stern ne La Costellazione materna (1995), il periodo perinatale — già in gravidanza ma soprattutto nel post-partum — rappresenta uno stato mentale unico nella vita psichica di una donna. È una fase in cui le carte si rimescolano profondamente: affiorano i vissuti legati alla propria madre, alla linea femminile intergenerazionale, e insieme emergono nuove domande di senso sul proprio modo di essere e di amare. In questo spazio psichico così intenso e vulnerabile, le aspettative sociali, i modelli culturali e le narrazioni familiari sul “femminile” tornano a intrecciarsi con la storia personale, creando — come vedremo nei casi di Sara ed Elena — un terreno fertile ma fragile, dove il bisogno di riconoscimento può trasformarsi in crisi o, se accompagnato, in occasione di rinascita.
Tutto ciò vale anche per gli uomini. In questo contesto, mi soffermerò sull’esperienza femminile per circoscrivere il campo ma ci tengo a precisare che, come esiste una “costellazione materna”, così ha senso parlare di “costellazione paterna”, un tema di cui mi sono occupata parzialmente con la mia tesi di dottorato (2017).
La storia di Sara: una continua ricerca di sé
Sara ha trentacinque anni quando mi contatta per gestire stati di “ansia”. Fin dai primi colloqui noto che tende a stare molto sul piano mentale e che fatica nel riconoscere i propri confini interni: spesso si chiede se ciò che desidera provenga davvero da lei o sia piuttosto il riflesso di ciò che gli altri si aspettano.
Da poco ha cambiato lavoro. Prima era impiegata in una ditta privata, in un ambito creativo e stimolante, ma anche piuttosto logorante per i ritmi e gli orari. Si è poi licenziata per entrare in un ente pubblico, una scelta poco motivante dal punto di vista personale, ma funzionale — come dice lei — alla stabilità e alla possibilità di “pensare a un progetto familiare”.
Questo cambiamento si inserisce in una cornice valoriale importante: per Sara, l’emancipazione femminile è sempre stata un pilastro identitario. Ha lottato a lungo per costruirsi un’autonomia anche professionale, e in più occasioni aveva dichiarato di non voler “finire come sua madre”.
Già all’inizio del percorso si intravedono aspetti depressivi latenti, che diventano più visibili nel periodo post-partum. Dopo alcuni mesi di terapia, infatti, Sara rimane incinta e sospende le sedute per dedicarsi alla gravidanza e al parto. Al ritorno, descrive un senso di isolamento profondo, una percezione di inadeguatezza come madre e un costante riferimento a standard esterni — “una brava mamma dovrebbe…”, “dovrei sentirmi felice, invece mi sento vuota…”.
Attorno a sé, sembra aver costruito un mondo di modelli femminili ideali che, invece di sostenerla, amplificano il senso di inadeguatezza. Da un lato c’è l’amica “Wonder Woman”, perfetta in tutto — famiglia, lavoro, energia — ma che in realtà può contare su una rete di supporto che a Sara manca. Dall’altro, un’amica che si nutre dei sensi di colpa altrui e propone una visione della maternità come totale dedizione, “bello e doveroso stare sempre e solo col figlio”.
Nel lavoro insieme proviamo a smontare gradualmente questi modelli, per costruire un punto di vista più realistico e vitale, in cui sia legittimo riconoscere la fatica e accettare di non poter tenere tutto insieme. Col tempo, Sara riesce anche a rivalutare i momenti di qualità che vive con la figlia — quando me ne parla, il suo volto si illumina — e a riconoscere che in quei frammenti di autenticità, di gioco e di “gioia pazzerella”, emerge la parte più viva di sé.
Parallelamente, iniziamo a rintracciare le radici personali della sua difficoltà. Emergono schemi familiari e traumi relazionali; un modello genitoriale “vuoto”, fatto di doveri ma privo di sentimenti vitali, a tratti iperprotettivo, a tratti spaventato. Da lì nasce la difficoltà di Sara nel tollerare la possibilità di deludere le aspettative, un bisogno di evitare qualsiasi giudizio che la chiude in una gabbia asfissiante.
Accanto a questo piano più intimo e individuale, si manifesta anche quello socioculturale. La maternità riattiva in lei schemi profondi, che continuano — in modo sottile ma pervasivo — a modellare i ruoli e le aspettative sul “come si dovrebbe essere”. Finché si è solo individui o coppie, spesso non ci si fa caso; ma nel passaggio alla genitorialità, quando tutto cambia e le energie richieste sono immense, questi vecchi copioni riemergono, dando forma a un insieme di “dover essere” che pesano come macigni.
Il percorso di Sara è, in fondo, un processo di liberazione e di individuazione personale: imparare a dire qualche “pazienza, non posso”, ad accettare la possibilità di non rispondere sempre a ogni aspettativa esterna, a tollerare l’imperfezione e la disapprovazione. Inizia così a trasformare l’evitamento in una forma di sfida attiva: un modo per riappropriarsi della propria vita e della propria voce.
Depressione post partum e senso di inadeguatezza: la storia silenziosa di Elena
Elena ha più o meno la stessa età di Sara. Anche lei vive una relazione stabile e, a differenza della prima, ama profondamente il suo lavoro, coerente con il percorso di studi e i valori in cui si riconosce. Si definisce una “femminista convinta”, e nella coppia condivide col marito una visione paritaria della genitorialità. È lei quella che porta a casa lo stipendio maggiore, ma ha orari più rigidi e impegnativi: nella quotidianità familiare è quindi il marito a essere più presente con il figlio. Tutto sembra funzionare in modo armonioso, eppure dietro la sua leggerezza apparente intravedo qualcosa — una tristezza di fondo, gli occhi che a volte si velano, la voce che si incrina.
Avevamo già lavorato insieme anni prima, su altre tematiche. Era stato un percorso intenso e ben concluso, quasi “coronato” dall’arrivo della maternità. Poi, qualche anno dopo, Elena torna a farsi sentire, in modo sporadico. Racconta di pensieri intrusivi, ansie difficili da spiegare. Mi accorgo che, al di là del tono ironico e spavaldo con cui si presenta, c’è una paura sottile: teme di essere depressa, ma la depressione è una parola che non osa pronunciare. La maschera con cura, quasi con pudore.
Nel dialogo, emergono i sensi di colpa. Si sorprende lei stessa nel riconoscere quanto l’assetto familiare, che in teoria incarnava tutti i suoi ideali di parità e autonomia, sia diventato anche fonte di sofferenza. Anche lei, che aveva sempre difeso con forza la libertà e l’indipendenza femminile, soffre per non avere abbastanza tempo da dedicare a suo figlio; vive come una colpa il non essere lei a occuparsi delle piccole cure quotidiane, anche se poi il tempo che riesce a trascorrere con lui è autentico, vitale, ricco di empatia.
Mi colpisce quanto questo conflitto attraversi tante donne contemporanee. Quanto è difficile parlare sinceramente della genitorialità, senza maschere né miti, ma anche senza colpevolizzarsi? Nel percorso con Elena — come in molte coppie che vedo in terapia — riaffiora un interrogativo cruciale: le radici socio-culturali di genere quanto influenzano ancora il modo di vivere la genitorialità, anche nelle coppie più consapevoli e “alla pari”?
Il bisogno di riconoscimento: quando la madre rischia di scomparire a se stessa
Riflettendo su queste esperienze, mi torna spesso alla mente il pensiero di Jessica Benjamin, psicoanalista contemporanea, che parla del “paradosso del riconoscimento”: per essere riconosciuti come soggetti, dobbiamo a nostra volta riconoscere l’altro come tale. La madre — dice Benjamin — non è un semplice specchio per il bambino, ma “un soggetto indipendente, il cui centro deve restare al di fuori del bambino se dovrà sapergli concedere il riconoscimento che cerca”.
Quando la società (e talvolta la cultura terapeutica) riduce la madre a funzione, a ruolo, a dovere, dimentica questa soggettività. Una madre troppo sola o schiacciata da aspettative di perfezione, rischia di diventare invisibile a se stessa. E allora il riconoscimento reciproco si spezza: il bambino non trova più uno sguardo vivo, la madre non si sente più un soggetto, ma un meccanismo di accudimento. La “depressione post partum” può allora essere anche questo: il dolore del non essere più riconosciute come donne, come individui, dentro un corpo e una vita che non sembrano più propri.
Benjamin scrive che il dominio e la sottomissione nascono “dal venir meno della tensione necessaria tra l’affermazione del sé e il riconoscimento reciproco”. Forse, nella maternità contemporanea, questa tensione si riaccende: il desiderio di sé e il bisogno dell’altro (figlio, compagno, contesto sociale) si fronteggiano, e la persona deve imparare — di nuovo — a tenere insieme entrambe le polarità, senza perderne alcuna.
Self-leadership dopo il parto: ritrovare il potere di guidare se stesse
Qui risuona anche la riflessione di Simona Cuomo (2017) sulla self-leadership e sul rapporto tra potere, identità e genere. Le donne, scrive, faticano a riconoscere e legittimare i propri desideri: “abituate storicamente a soddisfare i desideri degli altri, fanno più fatica a riconoscere il proprio desiderio, che risulta così inerte… oppure è troppo vago”. Nel post-partum questa dinamica si acuisce: il desiderio personale si confonde con la necessità di accudire, e il potere — inteso come agency, capacità di scegliere e orientare la propria vita — sembra dissolversi nel servizio all’altro.
La self-leadership non è un concetto manageriale, ma un percorso di riconnessione profonda: “difendere i propri confini significa difendere la propria identità nella sua integrità”, scrive ancora Cuomo. È l’arte di regolare chi entra nel proprio “giardino interiore”, di riconoscere i propri limiti senza sentirsi in colpa, di accettare che la vulnerabilità può essere parte della forza. In questo senso, la crisi post-partum può essere vista come un terreno fertile per la nascita di una leadership più autentica: quella che nasce dal contatto con la propria fragilità, non dal suo occultamento.

Come affrontare la depressione post partum: pratiche di self-leadership e riconoscimento di sé
Quando una donna attraversa la crisi che spesso chiamiamo “depressione post partum”, non ha bisogno di essere “aggiustata”: ha bisogno di ritrovare il proprio potere personale, la possibilità di guidare se stessa nella direzione che sente vera. È quello che Simona Cuomo chiama self-leadership: “un processo di consapevolezza che porta a fidarsi delle proprie intuizioni, risorse e qualità interiori, ma anche a conoscere i propri limiti”.
Nel lavoro clinico, vedo che questa riappropriazione può avvenire attraverso piccoli, ma profondi, gesti di riconoscimento:
- Riconoscere e proteggere la propria identità.
“Difendere i propri confini significa difendere la propria identità nella sua integrità.”
Non è egoismo: è l’atto fondativo di ogni relazione autentica. Imparare a dire qualche no, anche piccolo, è già un atto di cura. Permette di tornare a sentire lo spazio vitale dentro cui respirare, scegliere e desiderare. - Regolamentare le “visite” nel proprio giardino interiore.
Cuomo usa un’immagine potente: il proprio mondo interno come un giardino da coltivare. “Per coltivare un terreno bisogna saperlo difendere, recintarlo, sistemare un cancello, regolamentare le visite, escludere gli importuni.”
Dopo la nascita di un figlio, questo giardino viene spesso invaso da aspettative, giudizi, consigli. Riprendere in mano la chiave del cancello è un modo per tornare al centro della propria vita. - Allenare l’aggressività difensiva.
Nella cultura femminile, l’aggressività è spesso negata. Ma è quella forza che permette di dire “basta”, di farsi spazio senza ferire.
Reimparare a usare questa energia in modo costruttivo è una pratica di autoaffermazione: riconoscere che si può essere tenere e assertive allo stesso tempo, senza colpa. - Legittimare il proprio desiderio.
“Le donne fanno più fatica a riconoscere il proprio desiderio, che risulta inerte o troppo vago.” Nella maternità, questo si traduce nel confondere ciò che si vuole davvero con ciò che “dovrebbe” voler essere. Un esercizio utile, a volte, è chiedersi: “Di cosa ho fame, davvero, in questo momento?” — e concedersi una piccola risposta concreta, anche imperfetta. - Costruire alleanze autentiche.
Le donne crescono in contesti dove la competizione o la vergogna spesso sostituiscono la solidarietà. Creare o cercare spazi di confronto orizzontale — tra madri, tra colleghe, tra donne — non è solo sostegno emotivo, ma un modo per ricostruire il riconoscimento reciproco.
Come ricorda Cuomo, “l’empowerment è un’estensione del potere che include la collaborazione per incrementare il potere di ognuno”. - Accettare la solitudine decisionale.
Essere madre, lavoratrice, compagna significa anche scegliere, a volte, senza il consenso di tutti. È una forma di maturità: “la solitudine decisionale non è isolamento, ma il prezzo della libertà di agire in coerenza con sé”.
Non sono gesti spettacolari, ma micro-pratiche quotidiane che, sommate, restituiscono agency, voce e centratura.
La self-leadership, in fondo, non è “avere tutto sotto controllo”, ma imparare a stare nella propria presenza, con la stessa cura che si dedica a un bambino che cresce: con pazienza, rispetto, e la fiducia che anche l’incertezza fa parte del cammino.
Riconoscersi per rinascere: la soggettività femminile oltre la depressione post partum
Come scrive Jessica Benjamin, “solo con la sopravvivenza dell’altro il soggetto passa dalla sottomissione al rispetto reciproco”.
Questo vale anche per noi, madri o donne che diventiamo tali in modi diversi: possiamo tornare a riconoscere l’altro — il figlio, il partner, il mondo — solo dopo aver ritrovato la capacità di riconoscere noi stesse.
Forse la cosiddetta “depressione post partum” è (anche) un passaggio di soggettivazione: una traversata complessa verso un nuovo modo di essere sé, più consapevole, più incarnato, più libero. Dove l’ “emancipazione” non è “fare tutto”, ma restare in relazione senza perdersi.
E se riusciamo a stare dentro questa soglia con gentilezza, senza giudizio, la crisi può trasformarsi in nascita — una nascita doppia: del figlio e della madre che, finalmente, torna a sentirsi viva.
Testo a cura di Stefania Pozzi, psicologa psicoterapeuta Ph.D., fondatrice del Centro di Psicologia Mera-Gorini.

Nel mio lavoro adoro esplorare le trame sottili che legano mente, corpo e relazioni.
Credo che la cura passi prima di tutto da un senso di connessione umana profonda, sentirsi visti, ascoltati, accolti nella propria verità soggettiva…. incontrando un’altra soggettività (la mia), altrettanto presente, viva, ma mai invadente.
Grazie a tutte le persone che condividono con me le loro storie. Le fatiche, il coraggio. Ogni volta è un viaggio di esplorazione e crescita anche per me.
Per approfondire… alcuni riferimenti bibliografici
Ecco i testi citati nell’articolo:
- Benjamin, J. (2015). Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose (Nuova ed.). Milano: Feltrinelli.
- Cuomo, S., & Raffaglio, R. (2017). Essere leader al femminile. Costruire nuovi modi di fare impresa. Milano: Egea – SDA Bocconi.
- Pozzi, S. (2017). Il network dell’attaccamento nella fase della coppia adulta. Tesi di dottorato. Università degli studi di Milano-Bicocca
- Stern, D. N. (1995). La costellazione materna. Il trattamento psicoterapeutico della coppia madre-bambino. Bollati Boringhieri ed.
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