In questo articolo Giuseppe Capasso istruttore di mindfulness e trauma-sensitive-yoga, descrive alcune esperienze in prima persona su derealizzazione, spazio transizionale e consapevolezza intuitiva
La soglia nascosta nel sentirsi persi: l’esperienza della “fortunità”
Quando mi capita qualcosa di inaspettato, difficile, spaventoso, e mi trovo in quella condizione di totale disorientamento in cui mi sento perso, quello che può salvarmi è un fatto che sta in secondo piano: mi accorgo di essere vivo. Se indago con curiosità questa possibilità, il disorientamento diventa una “fortunità”.
Uso questa parola e non la correggo. Opportunità sarebbe troppo costruita, troppo volontaria: suggerirebbe qualcosa che fabbrico io con l’intenzione. Fortunità tiene dentro la fortuna, il caso, qualcosa che mi capita e che non posso produrre a comando. Il disorientamento non lo trasformo con la volontà; al massimo gli concedo la curiosità invece della chiusura, e poi qualcosa accade o non accade.
Non è un episodio della mia biografia. È un’esperienza ricorrente, una soglia che la vita mi ripropone a intervalli. E una cosa che ritorna non ha un posto sulla linea del tempo: attraversa tutte le epoche della mia vita allo stesso modo. Un episodio si racconta; un’esperienza ricorrente si può solo descrivere dall’interno, nella sua struttura, com’è fatta quando arriva.
La bolla e lo spazio della possibilità
Non è sempre uguale. Questa è la frase più onesta che posso dire, e vale più di qualsiasi teoria. A volte resto intrappolato in quella bolla: la derealizzazione è tutto ciò che c’è, sono dentro di lei, lei è il mondo. Altre volte invece mi si apre lo spazio, con grandissima lucidità: uno spazio transizionale dentro il disorientamento, dove sento di essere vivo e niente è perduto, perché c’è vita che sento come possibilità di cambiamento.
Nessuna pratica garantisce l’apertura. Chi insegna il contrario vende controllo travestito da consapevolezza. A volte la bolla resta bolla. Questo va detto, altrimenti anche queste pagine diventano l’ennesima promessa consolatoria.
La differenza tra le due uscite non sta nel contenuto ma nell’ampiezza. Nella bolla la derealizzazione occupa l’intero campo. Nello spazio di consapevolezza la derealizzazione c’è ancora, identica, ma è diventata una cosa tra le cose: la accolgo, e accanto a lei c’è anche il sentire di essere vivo. Quell’anche è tutto.
Non vinco la derealizzazione: le faccio posto.
E nel farle posto scopro che la consapevolezza è più grande di ciò che contiene.
Lo spazio transizionale: quando la vita torna possibilità
Chiamo questo spazio transizionale, e la parola mi è venuta da sola, dall’esperienza, non da una teoria. Solo dopo ho saputo che è una parola di Winnicott — psicoanalista infantile e pediatra: per lui, è lo spazio dove il bambino gioca, dove la realtà non è ancora né dentro né fuori. Per ora mi basta registrare la convergenza, senza appropriarmi di ciò che non ho studiato: ciò che so per esperienza è che nel crollo dell’ordine le cose tornano a non essere ancora decise, e la vita non è un contenuto ma pura possibilità.
Niente è perduto — non perché qualcosa si salvi, ma perché finché sento, il cambiamento resta aperto.
Il passaggio non è un’operazione concettuale. È una questione di consapevolezza intuitiva profonda: nello spazio di consapevolezza accolgo il senso di derealizzazione, ma accolgo anche il sentire di essere vivo. Non passa dal pensiero che osserva; è il sentire stesso che si allarga. Il pensiero arriva dopo, semmai, a nominare — e nel nominare consolida ciò che l’intuizione ha già compiuto.
È la struttura dell’attore e del testimone insieme: sono dentro l’esperienza e contemporaneamente le faccio spazio. Non sono dissociato; sono presente a un grado raro. La lucidità che accompagna l’apertura — grandissima — è il segno che distingue lo spazio dalla bolla.
Implicazioni cliniche: accogliere senza far sparire
Durante le pratiche di minduflness o di yoga, quando lavoro con le persone che portano la fatica di convivere con sintomi di derealizzazione / depersonalizzazone, non insegno a far “sparire” la derealizzazione. Si coltiva la capacità di contenerla insieme ad altro — di trovare quel margine interocettivo in cui la stessa intensità che chiude può diventare plastica.
È la differenza tra il controllo e lo spazio di consapevolezza:
- il controllo è figlio della paura e antitesi della curiosità;
- lo spazio di consapevolezza fa posto a ciò che c’è e lascia che la vita resti possibilità.
Che è molto più onesto, e molto più possibile.
Aprire, con rispetto, uno spazio di possibilità
di Stefania Pozzi, psicoterapeuta, PhD, referente progetto dedicato alla depersonalizzazione
Apprezzo molto questa riflessione di Giuseppe, dal taglio fenomenologico e soprattutto etico.
Come abbiamo approfondito in altre sezioni del sito dedicate alla derealizzazione, alla depersonalizzazione e agli approcci terapeutici integrati, il lavoro clinico con queste esperienze difficilmente può ridursi a una tecnica o a una strategia mentale. Richiede tempo, gradualità e un approccio capace di tenere insieme psicoterapia, lavoro sulla relazione e pratiche embodied orientate al recupero dell’ascolto interocettivo e del senso vissuto del corpo.
L’interocezione, infatti, non si rieduca attraverso uno sforzo cognitivo o con la ricerca ostinata di “sentirsi normali”. Si risveglia lentamente, attraverso un processo rispettoso di familiarizzazione con ciò che si prova, imparando poco alla volta a sostare nel corpo senza forzature e senza tradire le proprie difese, che hanno sempre avuto una funzione e meritano di essere comprese prima che superate.
Per questo motivo, un lavoro eticamente fondato non promette soluzioni immediate né la cancellazione del sintomo. Una promessa del genere rischierebbe di allearsi con quella comprensibile aspettativa, spesso molto forte, di liberarsi al più presto da ciò che fa soffrire. Eppure, paradossalmente, è proprio attraverso il sintomo che può aprirsi una possibilità di trasformazione più profonda. Non perché la sofferenza sia desiderabile o vada idealizzata, ma perché ciò che inizialmente appare soltanto come una frattura può diventare, nel tempo, una soglia attraverso cui ritrovare un rapporto più autentico con se stessi e con la vita.
Il percorso terapeutico, allora, non consiste nel “togliere” qualcosa, ma nell’aprire progressivamente — con pazienza, curiosità e rispetto — il campo della consapevolezza. Affinché ciò che oggi sembra occupare tutto lo spazio possa diventare una presenza tra le altre, e affinché possa riemergere, poco alla volta, la possibilità di esserci nel mondo: non perfettamente, non definitivamente, ma in modo sempre più vivo, libero e personale.
Altre risorse su questo blog, su depersonalizzazione / derealizzazione, senso di vuoto, smarrimento, bisogno di orientamento, autenticità:
- Mindfulness e interocezione: perché ascoltare il corpo
- “Mi sembra tutto così irreale e distante…”. Non stai impazzendo: si chiama depersonalizzazione.
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