Il potenziale di autoguarigione nel senso di vuoto e disorientamento: utilizzo e riorganizzazione della percezione del sé non duale con le pratiche MBIs

Premessa: esperienza diretta incarnata e condivisa

Quanto qui da me esposto non pretende in nessun modo di avere rilevanza scientifica e tantomeno è stato sottoposto a verifica secondo modelli di validazione scientifica. E’ semplicemente quanto osservato e sperimentato dal sottoscritto innanzitutto su se stesso grazie alle personali pratiche quotidiane di embodiment quali la meditazione di consapevolezza/mindfulness e lo hatha yoga, oltre a quanto osservato nella guida di gruppi o percorsi individuali di mindfulness/MBSR e Trauma Sensitive Yoga (complessivamente definiti “Mind-Body-Interventions, MBI’s): quindi esperienza diretta incarnata e condivisa, ognuno sperimentando e vivendo la propria, senza nessuna pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, di fare lezione o di mettersi in una posizione di potere.

Con l’intenzione solo di facilitare” all’altro la possibilità di percorrere un sentiero, magari nuovo o magari lo stesso, con strumenti diversi di consapevolezza ma principalmente partendo dal proprio corpo: il sentiero della resilienza verso l’autoguarigione.

“La nostra mente conosce la forma e la nostra consapevolezza conosce l’Essere.
La conoscenza del nostro Essere è la conoscenza della consapevolezza.”

Rudolph Bauer

La mia storia

Non posso fare quindi a meno di partire dalla “storia personale”, per evidenziare come si possa sperimentarne il suo superamento, lasciarne andare la narrazione spesso stantia, i riferimenti continui, la reiterazione mentale a volte ossessiva e quel costante sentirsi non qui e non ora ma sempre altrove: e ancora più frequentemente non sentirsi, o sentirsi persi e disorientati, non-essere.

“guardo i pensieri attraverso i rami del nocciòlo contorti
foglie come specchi del sole vibrano di luce
unisco passato e presente così mi placo
ed il destino mi assale dolcemente”

G. C.

Non ho praticamente ricordi della mia infanzia e della prima adolescenza, fino ai 13 anni circa: solo flash back o impressioni mentali particolarmente vivide che ritornano senza un senso apparente, immagini fugaci e memorie legate alla sfera della paura e dell’abbandono. Ma ho sempre avuto chiaro nel tempo che la mia difesa allora era una presenza dissociata.

Ero piccolo, non avevo quindi ancora strutturato quella consapevolezza intuitiva, maturata molto più avanti negli anni, che pure voleva farsi largo. Oggi posso dire che questa è stata una costante della mia infanzia: istinto e corpo mi indicavano cose e comprensioni, ma la paura faceva spesso, se non sempre, da velo. Un velo che mi incapsulava in una realtà interna che non riusciva mai ad entrare in contatto, in comunicazione, con quella esterna.

Quei risvegli dal sonno spesso agitato, senza consapevolezza, come quando si riemerge da sott’acqua. Aprire gli occhi e chiedersi per qualche istante dove si è, anche chi si è, “chi sono io?”. Un profondo senso di disorientamento prima di riprendere contatto col corpo, il corpo intero. Un disorientamento che si trasformava in ansia sottile, a fatica riconosciuta come tale, anzi affatto il più delle volte.

La testa vuota che subito voleva e doveva essere riempita di pensieri, pensieri che potessero orientare una realtà che non era quella del momento ma piuttosto una realtà che avrei assunta come conosciuta e quindi tranquillizzante. I riferimenti esterni perché quelli interni non li trovavo mai.

Finestra

La storia narra che mia madre in quegli anni passava da un ricovero all’altro, ricoveri nel reparto di neurologia dell’ospedale San Carlo di Milano: alla fine degli anni ‘60 inizio anni ‘70 i disturbi gravi psicologici erano trattati solo farmacologicamente e lavorando sul sintomo – farmaci pesantissimi come bombe – nessun approfondimento psicologico, come avrebbero poi dimostrato le sue cartelle cliniche che a distanza di decenni sono riuscito a recuperare e, in quell’arco temporale io, figlio unico, ero parcheggiato da zia e cugine con una labile presenza, fisica ed emotiva, di mio padre.

Nei periodi invece in cui mia madre era a casa passavo sempre le mie giornate con lei, avevo pochi amici e assai poco frequentati e questo certo non aiutava…

Di tutto questo ne sono venuto a conoscenza recentemente, facendo ricerche documentali attraverso cartelle cliniche e testimonianze dirette ma nessuno, di quanti mi sono stati vicini negli anni, ha mai avuto il coraggio – o la voglia – di raccontarmi tutta la storia… ripeto, dico questo solo per dare un quadro credibile e quanto mai “incarnato” rispetto alla mia esperienza nelle due vesti, da un lato come “traumatizzato certificato” dall’altro come coltivatore della resilienza e dell’autoguarigione attraverso le pratiche di embodiment messe in atto nel tempo, inizialmente in modo casuale ed istintivo ma progressivamente sempre più con sistematicità, disciplina e consapevolezza.

Tralascio perciò di descrivere nello specifico gli eventi che hanno definito i miei tratti traumatici, non è questo il tema: quanto sopra descritto è solo per farmi rientrare nella casistica di “traumatizzato” e di “sopravvissuto” e per descrivere gli “strumenti” utilizzati per arrivare a oggi, provando a lasciar andare il fardello e vedere la realtà così com’è nel momento presente e non come l’avevo costruita nella mia mente.

Foto di classe

Strategie di sopravvivenza

Quelli che ho sempre vissuto, soprattutto da bambino e da adolescente, come momenti in cui mi era possibile testimoniarmi “dall’esterno”, osservare quello che stavo facendo, vivendo e provando, sono stati momenti che probabilmente mi hanno salvato la vita ma non mi hanno evitato di uscire completamente, definitivamente dalla mia condizione traumatica.

“Naturalmente” la mia amigdala all’epoca era – ma lo sarebbe stata anche in seguito e ancora adesso a volte – costantemente sottoposta a un superlavoro per modulare gli stati psicofisici a tutela della mia sfera di sopravvivenza.

Infatti, arrivato a oggi, mi rendo conto sempre più consapevolmente di essere vissuto in uno stato per molti aspetti congelato nel passato: e così è andata per gran parte della mia vita.

Provo a rappresentare con un’immagine il periodo di tempo in cui sono vissuto: è come se dalla nascita a oggi la mia vita fosse stata un elastico tirato progressivamente e poi improvvisamente rilasciato, una “storia” rattrappita a un punto di partenza che neanche riesco ad individuare…

e soprattutto questa angosciante sensazione di non avere vissuto veramente e di dovermi già confrontare con l’idea della mia morte, anche se la memoria continua a raccogliere, selezionare e far emergere ricordi e narrazioni in modalità non lineare.

Strategie di sopravvivenza

Contenuti mentali e sensazioni che necessariamente provo a passare al vaglio dei fatti e delle testimonianze e della visione che gli altri hanno di me e della mia storia, per quello che vale… ma soprattutto attraverso una nuova, continua e sempre faticosa consapevolezza di questa condizione. Una consapevolezza che non è affatto stabile, che provo sempre a ricercare con intenzione ma spesso non basta, perché il velo che la copre è fatto di più strati e disvelarlo può essere anche molto doloroso: e questo a volte è difficile da accettare.

Livelli di consapevolezza

Vivere una condizione traumatica impedisce di vedere la realtà per com’è in quel preciso momento.

Tutto passa attraverso più filtri: mentale, emotivo e fisico, molto attraverso il giudizio morale degli altri ed ancora più di noi stessi, col risultato che la realtà che si costruisce, da soli o nelle relazioni, molto spesso è confusa, ingannevole e spesso vissuta come pericolosa.

Il senso di sé che ne emerge o che crediamo di rappresentarci è comunque fallace: il processo biologico – che ne dovrebbe produrre la sua costruzione in direzione afferente dal corpo alla coscienza – è costantemente alterato a tutti i livelli. Viene così a mancare quella profonda connessione tra corpo e mente che si manifesta nella consapevolezza intuitiva: il risultato sintetico e immediato della comprensione interocettiva che si manifesta come costante presenza mentale alla realtà del momento.

Prevale invece il senso di disorientamento, disregolazione, inadeguatezza, confusione generale e di vuoto.

Il lato “positivo” di tutto questo, se a questo si sopravvive e ci si riconosce perciò come “sopravvissuti”, è la capacità di costruirsi nel tempo un senso di resilienza, anche se poi questo viene messo continuamente a dura prova: ma proprio grazie alla fatica, alla sofferenza e al dolore stratifica e consolida la propria forza e resistenza.

Dalla lotta all’autocompassione

La vita, l’esistenza, diventano un incessante alternarsi tra queste due polarità: niente appare dotato di senso e proprio per questo assume un senso, il senso della lotta per la propria sopravvivenza. Con tutte le fughe in avanti che questo comporta, i dubbi e i ripensamenti, i continui errori costellati da profondi sensi di colpa, i picchi narcisistici con utilità protettiva costellati anche da comportamenti al limite verso se stessi e verso gli altri.

Ma quando la mente finalmente si apre a un nuovo modo di vedere, si scorge quello che identifichiamo come un baratro: spesso questa “visione” è un’altra difesa per raccontarsi di non volerci finire dentro.

Non è così: non è un precipizio dal quale non si risale più, è l’unico modo per avvicinare, vedere da vicino la realtà che non viene più sottoposta ad un giudizio condizionante, è semplicemente quello che è. Una realtà sempre fragile, per tutti.

Niente di certo mai. Inconsistente e non duratura. E proprio per questi motivi più accettabile, portatrice potenziale di quell’afflato compassionevole, autocurativo e terapeutico che ci meritiamo ma che molto spesso non ci permettiamo e tantomeno concediamo agli altri.

Autocompassione

Riconoscere le difficoltà

Quanto è difficile, se non impossibile a volte, essere consapevoli che si sta vivendo in una condizione traumatica, uno stato non “normale”?

Molto difficile, soprattutto quando questa condizione diventa quotidiana e quasi mai estrema: non sto parlando quindi di quelle manifestazioni al limite ed evidenti quali potrebbero essere gli attacchi di panico, le dipendenze tossiche di tutti i tipi, oppure le reazioni parossistiche dal punto di vista fisico a situazioni normali o che sono “fisiologicamente stressanti” alle quali non si riesce a dare una spiegazione “logica” e tantomeno medica, per esempio un esame a scuola oppure un colloquio di lavoro, ma anche solo uno sguardo o una parola di qualcuno che invece viviamo come travolgenti.

Intendo quel mettere in atto quotidianamente e progressivamente delle “difese” che poi diventano caratteristiche di personalità, il nostro carattere che ci fa dire, in modo consolatorio ed ambivalente, per salvarci dal giudizio degli altri e dal nostro “ma io sono fatto così…!”, e sotto sotto sappiamo invece essere qualcosa di vagamente falso che non riusciamo a cambiare. Un aspetto identitario disfunzionale che magari ci portiamo appresso per tutta la vita ma che peraltro funziona in qualche modo, aiutandoci a sopravvivere fittiziamente nel mondo e nelle relazioni.

A volte capita che la mente si apra su questa condizione, forse in modo fugace e superficiale, ma lo spiraglio di luce che porta spesso riattiva le difese, perché sollevare il velo dell’illusione da noi creata ci fa sentire nudi e soprattutto disorientati: cioè non più orientati da quelle modalità rassicuranti e ripetitive, da “pilota automatico”, con le quali anestetizziamo i nostri organi di senso.

Accettare il disorientamento

È solo quando finalmente si accetta di rimanere “disorientati”, si accettano la paura e l’incognito di questa condizione, che si può intraprendere un reale e profondo percorso di cambiamento interiore.

Lasciare andare, lasciarsi andare, abbandonare il pilota automatico viene vissuto come pericoloso perché non si è più capaci di ri-connettersi al corpo e cogliere i segnali che questo ci ha inviato per anni e probabilmente continua ad inviarci: provare a “ri-vedere”, vedere con occhi nuovi, la nostra esistenza e il mondo per com’è e non per come vorremmo fosse o dovrebbe essere o sarebbe dovuto essere.

Prima rallentare e poi arrestare un loop di sofferenza senza fine.

“la solitudine del mattino
come un loop necessario
un elastico che tira nella vita
e ti rilascia alla sera
come ogni giorno
anche se spezzato
oscillo sicuro”

G. C.

Accettazione

Un percorso di riconnesione al corpo

L. arriva da me contattandomi via mail e dicendosi interessato al Trauma Sensitive Yoga. E’ è già seguito da uno psicoterapeuta. Non è quest’ultimo che me lo invia ma è lo stesso L. che, grazie ad una sua ricerca su internet, ritiene che quel tipo di pratica potrebbe essergli utile.

Inizialmente facciamo un paio di pratiche di prova: io non chiedo mai la storia personale ai pazienti, non mi interessa ed anzi preferisco così per non dover fare ulteriori passaggi di pulizia mentale rispetto a quelli che potrebbero essere miei pregiudizi o tentativi di preparare o indirizzare le pratiche. Mi rivela giusto qualche problema di ansia sociale e relazionale in generale che peraltro nella sua postura e comportamento mi appaiono evidenti da subito.

Concordiamo un numero di pratiche minimo necessarie per dare intensità al lavoro sul corpo. Progressivamente percepisco che per lui è più adatto un percorso di Mindfulness e così sarà: un percorso che durerà sei mesi una volta alla settimana, con qualche breve interruzione.

Lo schema è sempre lo stesso: si parte subito con la pratica e poi una volta terminata c’è uno spazio in cui il paziente, se lo desidera, può descrivere l’esperienza fatta.

Andando avanti nel tempo con le pratiche – i pazienti, ognuno per come può, si impegnano a praticare anche a casa e nel quotidiano, sia formalmente che informalmente, con l’aiuto di files audio e diari da tenere – capita anche che il soggetto voglia descrivere, prima di iniziare la pratica, qualche esperienza fatta durante la settimana. In questo senso L. é stato molto attento e disciplinato nella costanza della pratica.

Stare con dolore per lasciarlo andare

Nel primo periodo durante le pratiche sedute L. fa fatica a conservare la posizione stando fermo, anche per durate brevi, perché sente dolori in varie parti del corpo. Una delle condizioni di laboratorio nelle pratiche di Mindfulness è il consegnarsi all’immobilità – seduti o sdraiati ad occhi chiusi – per rivolgere l’attenzione all’interno, al corpo: condizione al giorno d’oggi non frequente, ma proprio per questo portatrice di sensazioni – fisiche ma non solo – su cui poter lavorare.

Infatti, quello che emerge progressivamente dalle sue descrizioni è questo sentire il corpo in modo doloroso, in particolare il ginocchio sinistro, cosa che lo costringe a distendere continuamente la gamba durante la pratica. E soprattutto a tenere la sua attenzione su quel fastidio, su quel dolore, a identificarsi con esso vivendolo come un continuo disturbo rispetto a tutto il processo di consapevolezza nella pratica.

Andando avanti nel tempo, grazie alla pratica costante, avverranno due passaggi fondamentali rispetto a questo sentire nel corpo: nel viaggio che aveva dovuto affrontare per andare e tornare da una vacanza si era messo alla guida per molte ore e “inizialmente sentivo qualche fastidio al ginocchio ma poi ho guidato per 5 ore e non ho avuto problemi, non ci ho neanche più pensato…”. E sarà così poi anche nelle pratiche condivise, corpo seduto immobile per i 40/45 minuti di ogni pratica, il dolore al ginocchio diventa qualcosa di occasionale, leggero e tollerabile, non più fonte di avversione.

Questo apre successivamente in L. un nuovo spazio di consapevolezza – dopo qualche mese di lavoro condiviso – che rivelerà in un inquiry post pratica: “mi accorgo ora che il mio corpo prova sensazioni fisiche, manda segnali, ma soprattutto che sono in grado di sentirle e spesso anche di riconoscerle ed associarle a sensazioni emotive che poi integro mentalmente.

E soprattutto un certo sentire doloroso, come tonalità emotiva che ora emerge, lo associo a eventi del passato… ma finalmente posso permettermi di sentirlo e anche di lasciarlo andare, perché nel momento in cui mi permetto di sentirlo mi accorgo che non succede niente e che questa sensazione, per quanto spiacevole possa essere, poi passa…”

Cielo azzurro

Riconoscere la sensazione di fondo

Condivido con L. che per molta parte della sua vita e fino ad allora si era “conservato” come in una bolla, in uno stato di “assenza” rispetto al mondo interno ed esterno, stato che però gli aveva permesso di sopravvivere, di esistere ma non di vivere: la paura dominava ogni istante della sua vita, gli impediva di relazionarsi e produceva indirettamente dolori fisici tali da tenere lì in modalità continua ed ipocondriaca la propria attenzione.

Ma il problema di fondo era stato che fino ad allora – quella che poi divenne per lui la scoperta illuminante, quello che chiamiamo “insight”neanche si era reso conto di avere avuto paura da sempre, che questa era la sua sensazione-emozione di fondo: sentire che questa modalità emotiva e fisica controllava tutto, relegandolo in una bolla protettiva annichilente dove solo il mentale costruiva un sé ed una realtà che non esisteva, adattando l’uno e l’altra alla necessità di sopravvivere ogni giorno.

Andando avanti L. porterà nelle pratiche – e soprattutto nel suo quotidiano – una grande ricchezza di esperienze dirette e vissute, una nuova e spaziosa consapevolezza di quelle che stava vivendo ora come nuove esperienze, condizionate ma intere – corpo emozioni e mente – consapevolezza che finalmente poteva utilizzare giorno dopo giorno permettendogli così di uscire andando per locali, relazionarsi diversamente sul lavoro, iscrivendosi ad una scuola di teatro e, non ultimo, trasferire la propria esperienza nel percorso di psicoterapia.

Una vita piena

Potremmo dire che la paura è un’emozione, uno stato emotivo. E, di norma a seconda delle condizioni, può essere uno stato diffuso vissuto come un sentire emotivo e fisico che ha una propria durata, un inizio e una fine.

La neurocezione attiva lo stato, a volte per una minaccia reale ma a volte anche solo presunta, quindi i processi biochimici nel corpo si modificano e poi, quando quello che viene avvertito come pericolo cessa, si tende a tornare in uno stato di omeostasi psicofisica. Questo in condizioni reattive “normali”.

A prescindere dal fatto che quello che ci sta accadendo sia dettato da un’idea o da una situazione reale, quello che conta è che questa emozione la riconosciamo come tale, la identifichiamo come paura con tutto il conseguente processo di risposta e, forse più difficile, ne riconosciamo il momento dell’insorgere.

A volte, nella vita delle persone, capita di non essere consapevoli che il proprio stato emotivo di fondo è quello della paura: primo perché non si riconosce quell’emozione, come e perché si manifesta e tantomeno l’aspetto che questa risulta dominante verso le altre emozioni, col conseguente esito di coprire tutta la gamma delle tonalità emotive e, soprattutto, di portarti via e farti vivere in una dimensione solo mentale, disconnesso dal corpo e dai segnali che questo, nel tempo, ha mandato e ancora sta inviando.

 

Una vita piena

Una condizione di fondo, uno stato che, insorto per necessità difensive, diventa la normalità, senza però esserne consapevoli. Diventarne consapevoli apre finalmente lo spazio per permettersi di sentire nel corpo – senza paura di averne paura… – la gamma delle manifestazioni della paura, del terrore a volte, dell’ansia e della rabbia, ma anche del piacere e della gioia, della calma.

Articolo di Giuseppe Capasso

Istruttore MBI’s – Mind Body Interventions – e protocollo MBSR (mindfulness Based Stress Reduction) con AIM – Associazione Italiana Mindfulness, Insegnante Hatha Yoga e Facilitatore TCTSY (trauma center Trauma Sensitive Yoga).

Dottor Giuseppe Capasso

Per contattarlo:

Cell.: +39 335 292652
EMail: info@centropsicologiavarese.it

Bibliografia

  • Lerrore di Cartesio” – Antonio R. Damasio, edizioni ADELPHI
  • “Full Catastrophe Living: How to cope with stress, pain and illness using mindfulness meditation” – Jon Kabat-Zinn, edizione inglese.
  • “Vivere momento per momento: configgere lo stress, il dolore, l’ansia e la malattia con la mindfulness” – Jon Kabat-Zinn, edizione italiana CORBACCIO
  • THE USE OF TRANSITIONAL SPACE IN PSYCHOTHERAPY WITH THE EXISTENTIAL CONCERNS OF BORDERLINE EXPERIENCE” – articolo di RUDOLPH BAUER, Ph.D. Diplomate in Clinical Psychology, A.B.P.P. – Washington Center for Consciousness Studies and The Washington Center for Phenomenological and Existential Psychotherapy Studies
  • “Karma e caos. Perché́ meditare” – di Paul R. Fleischman (Autore), Astrolabio Ubaldini
  • “Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche” – di Bessel Van der Kolk (Autore), M. S. Patti (a cura di), A. Vassalli (a cura di), S. Francavilla (Traduttore), Raffaello Cortina Editore