PSICOTERAPIA

Con la psicoterapia è possibile approfondire la conoscenza di se stessi e delle proprie relazioni, affrontare una condizione di disagio e ampliare le possibilità di scelta ed espressione personale. La durata e gli obiettivi specifici di questo percorso sono molto soggettivi e vengono discussi e condivisi a ogni passo insieme con lo psicologo, attraverso un ascolto empatico e il più possibile vicino all’esperienza della persona coinvolta.

Di solito, comunque, la psicoterapia richiede un tempo maggiore rispetto a quello del supporto psicologico, in quanto il cambiamento che si vuole raggiungere riguarda il modo in cui la persona, nella sua interezza, si relaziona alla vita, agli altri e al proprio mondo interno. Con la psicoterapia è possibile osservare più in profondità il momento presente, mettendo in luce i modi abituali con cui le persone reagiscono agli eventi, ciò che si aspettano nelle relazioni interpersonali, coscientemente o inconsapevolmente, quali bisogni emotivi sono rimasti in sospeso nella propria storia e, nel qui-e-ora, chiedono di essere visti, accolti, supportati.

Spesso i sintomi di ansia o depressione, i problemi comportamentali, la sofferenza soggettiva, sono la risultante di una specifica strategia con cui la persona ha cercato di adattarsi alle circostanze dell’ambiente di crescita, ai compromessi fatti per mantenere le relazioni con le persone più significative e vitali per la sopravvivenza di un bambino, anche quando queste persone non sono state sufficientemente in grado di cogliere i bisogni del bambino e aiutarlo a crescere in modo armonioso.

Ogni compromesso fatto ha sempre dei costi, in termini di sofferenza e limitazione dei gradi di libertà personale, ma anche dei vantaggi e un suo senso. Nella psicoterapia si cerca di cogliere la complessità (a volte, ambiguità) di queste sfaccettature, per promuovere un cambiamento dove, oltre alla riduzione del disagio, si cerca di modificare le premesse che lo mantengono.

Sebbene vi siano diversi approcci alla psicoterapia, e una infinità di “tecniche” specifiche, la ricerca sull’efficacia della psicoterapie ha constatato che alla base di un intervento “efficace” o non, vi sono dei fattori trasversali ai vari approcci, i cosiddetti “fattori comuni”. Tra questi, il più importante sembra essere la qualità della relazione che si instaura fra cliente e terapeuta. Una buona alleanza terapeutica, infatti, facilita il lavoro su di sé, permettendo di esplorare e “giocare”, sperimentarsi con le parti in difficoltà, stando in un ambiente percepito come “sicuro”, sostiene la speranza nelle fasi di crisi e, non da ultimo, fornisce un contesto unico per poter esaminare più dettagliatamente proprio quegli schemi interpersonali che provocano il disagio al cliente nella sua vita fuori dalla stanza di terapia. Chiaramente, per arrivare ad una autentica “alleanza”, alla collaborazione piena e alla fiducia, occorre del tempo, perché la diade paziente-terapeuta deve fare esperienza di specifici momenti in cui i bisogni profondi sono stati compresi, i fraintendimenti o le “rotture” nella sintonia sono state riparate, le aspettative negative sono state messe alla prova. E’ importante che, a prescindere dall’utilizzo di una tecnica specifica (utile per degli obiettivi mirati), nella psicoterapia si presti attenzione alla danza relazionale ed al modo in cui ciascun intervento singolo viene percepito e utilizzato.

Un ulteriore aspetto che contraddistingue la maggior parte delle terapie efficaci, è la possibilità di muoversi agilmente su più “codici esperienziali”. Infatti, la ricerca clinica e scientifica indica che alla base dei sintomi e del cambiamento terapeutico, vi sarebbe un insieme di memorie esplicite, verbalizzabili (ad es., quando racconto ad un amico ciò che ho fatto ieri sera), ma anche memorie impliciti, difficili da esprimere con le parole. Tali aspetti sono costituiti dalla cosiddetta “memoria procedurale”, cioè la conoscenza acquisita su “come si fa a fare” certe cose, a stare con le persone, e la memoria emotiva, che è una “incarnata”. Pensiamo a quando ci innamoriamo, a quei primi amori adolescenziali, così travolgenti e vividi: di solito, quello che si attiva è la sensazione delle “farfalle nello stomaco”, la trepidante sospensione del respiro, sensazioni di caldo o freddo, pelle bianca o arrossata, e via dicendo. Anche nell’esperienza comune, infatti, possiamo notare come le “emozioni” siano delle reazioni complesse, che sono al contempo viscerali-neurovegetative (es., il battito del cuore accelerato), comportamentali (ciò che dico o faccio quando sono triste, felice, arrabbiato, etc.), soggettive (il significato che do al mio avere un battito cardiaco accelerato, la spiegazione del mio agire in un certo modo, il senso che do alle circostanze a cui ho reagito emotivamente).

Di solito le varie componenti dell’esperienza emotiva vanno di pari passo. A volte però può accadere che alcune di esse si “perdano nell’oblio”, o siano difficili da capire e utilizzare. Può così capitare di avere un improvviso senso di vertigine, affanno, tachicardia, sudorazione, senso di una angoscia grave e imminente, che però non trova apparentemente una spiegazione plausibile (ciò che usualmente viene descritto come un “attacco di panico”). Bessel van der Kolk, pioniere e grande esperto di psicologia del trauma, afferma che, dinnanzi alle sofferenze emotive e relazionali, “il corpo accusa il colpo”, cioè reagisce ed esprime verità non dicibili a parole, specialmente quando queste si verificano la prima volta nell’infanzia, quando il cervello è più sviluppato nella parte che codifica l’esperienza emotiva-somatica, rispetto a quella logica-verbale. Ecco dunque che con la psicoterapia sarà molto importante ascoltare questa parte somatica dell’esperienza vissuta, e che piano piano si possa trovare una rimodulazione non solo della narrativa verbale (le “storie” che si raccontano quando si svolgono i colloqui), ma anche delle soglie di attivazione neurovegetativa in reazione agli stimoli emozionali.