Testo di STEFANIA POZZI, video di ANDREA FERELLA 

È con piacere che scrivo queste righe introduttive al video del collega Andrea Ferella, che oggi ci parla della dimensione narcisistica del “seduttore” descritto dal filosofo danese Kierkegaard.

Narcisismo e seduzione potrebbero sembrare due termini antitetici, dal momento che il primo riguarda una forma di amore rivolto a se stessi, il secondo una mossa amorosa volta a fare breccia nel cuore o nel corpo di qualcun altro. Eppure, la psicologia del Sé ci mostra che i due concetti sono profondamente interrelati. Molte donne e uomini conoscono il potere seduttivo di certi uomini un po’ “narcisi”: ben curati nell’aspetto, pieni di discorsi affascinanti, capaci di guardare negli occhi con intensità… Quando ci si sente visti da uomini del genere, può sembrare di volare sopra cieli infiniti. Purtroppo, come Icaro volò troppo in alto, fino a sciogliersi le ali di cera amorevolmente costruite dal padre, precipitando al suolo, così la discesa dal cielo infinito del desiderio narcisista è assai dolorosa. D’improvviso ciò che prima nutriva l’anima, si trasforma nel suo opposto: diventa un parassita che succhia linfa vitale, giorno dopo giorno, prosciugando l’autostima e la soggettività matura di chi è stato sedotto.

Mi viene in mente un film del 2017 di Darren Aronofsky, “Madre!”, con J. Bardem e J. Lawrence. Sicuramente la critica letteraria pullula di interpretazioni (anche religiose) di questa pellicola, che si presenta come una escalation di surrealismo e tensione emotiva fino alla distruzione totale dei personaggi e della coerenza narrativa. Personalmente, non lo rivedrei mai e poi mai. Però sono soddisfatta di averlo visto almeno una volta e, forse a causa della mia deformazione professionale, ho sentito di leggerlo istintivamente come una drammatizzazione delle dinamiche che si trovano nelle forme più perverse e maligne di amore narcisista.

Il narciso del film è uno scrittore di mezza età in preda ad una crisi creativa, sposato con una giovane moglie dall’indole mite, semplice e amorevole. La ragazza spende molte energie per ristrutturare la casa del marito, precedentemente bruciata in un incendio. Supporta moralmente il marito ogni volta in cui lui si crogiola nella frustrazione. Ascolta silenziosamente i discorsi fra l’uomo ed una serie di strani ospiti. Lo scrittore non perde occasione per ribadire ai suoi amici quanto prezioso sia l’aiuto della moglie nel prendersi cura della casa, a cui sembra avere ridato vita dopo la morte. Ma, eccetto queste ostentazioni di complimenti dinanzi agli ospiti, il marito sembra del tutto incapace di ascoltare sua moglie con autenticità. Per tutto il film, l’unico modo per esprimerle “amore” è utilizzarla come musa ispiratrice, come oggetto prezioso da esibire o da tenere relegato in una vetrinetta. Lui chiede e lei dà. Lui ha dei bisogni, lei sembra fatta apposta per soddisfarli. Nessuno si cura mai dei bisogni di lei, di ciò che lei realmente pensi o senta. Per tutto il film, l’uomo è concentrato sul personale obiettivo di ritrovare la fecondità artistica e ricevere riconoscimenti dalla gente, obiettivo/bisogno che insegue in modo sempre più esasperato, accogliendo in casa propria personaggi sinistri, pronti ad adularlo ma forieri di perversione e annientamento. Personaggi che letteralmente invadono lo spazio domestico, quello spazio di cui la giovane moglie si era a lungo curata con amorevole dedizione. La smania di riconoscimenti del marito esporrà la coppia a violenze, saccheggi, atti vandalici, fino al sacrificio estremo quando, dopo avere generato un bambino, l’uomo lo dà in pasto ad una setta di pervertiti che pratica riti cannibalici per adorare l’icona dello scrittore, elevato a rango di divinità.

Per quanto un esito così drammatico sia imprevedibile nella prima parte del film, è chiaro fin da subito che il seme creativo-rinnovatore della giovane moglie viene usato dal marito in maniera sterile, una predazione di forza vitale senza alcuna forma di ringraziamento o riconoscimento autentici. La dinamica, cioè, sembra più fra un predatore e il suo oggetto-preda, che non fra un essere umano ed un altro essere umano, fra soggetto e soggetto. Dunque, che cosa tiene la giovane moglie incatenata ad un simile destino? Lei è una ragazza intelligente, sensibile, di grandi talenti (reali, non puramente dichiarati, come quelli del marito). Eppure, sembra incapace di riconoscersi il proprio valore, di legittimare una presa di posizione personale, se non nella parte finale del dramma, quando ormai il sacrificio di sé (simbolizzato nel sacrificio del suo bambino) è ormai pronto a completarsi. Che cosa l’aveva spinta in un matrimonio del genere, con un uomo tanto più grande di lei e così egoista?

Heinz Kohut, padre della corrente denominata Psicologia del Sé, risponderebbe: il bisogno di essere idealizzata. Di essere vista solo per alcune qualità positive, escludendo la complessità del suo essere umana. Ogni essere umano è per forza sempre un misto di forze e debolezze, luci e ombre. Eppure, a volte tenere insieme il puzzle non è facile. È molto più seducente credersi speciali, non-umani. Quando poi un principe azzurro, proveniente da un fantastico mondo di fiaba, promette di elevare la povera Cenerentola al rango di sua sposa consorte, cadere nella trappola è un attimo. Accettando di essere idealizzati, si accetta di smettere di esistere come esseri umani, di avere una propria soggettività, fatta di desideri, pensieri, sensazioni, punti di vista sul mondo.

Di solito quando si parla di narcisismo ci si focalizza sui bisogni ed i comportamenti del narciso. Ma la dinamica è sempre co-determinata. Se c’è un narciso che ha bisogno di idealizzare i trofei da esporre ai suoi ammiratori, per sentirsi ancora più orgoglioso e forte, c’è sempre una persona che si lascia sedurre, che non coglie la pericolosità di questo modo di stare in relazione, che rinuncia al bisogno, fondamentale, di essere autentici e ricevere altrettanta autenticità.  A volte i sedotti non hanno mai fatto esperienza di una relazione “autentica”, di qualcuno che li veda nella loro interezza. Non sanno nemmeno cosa voglia dire. E si consumano nello struggente desiderio di essere finalmente “visti”, in qualunque maniera. Se fare lo zerbino o l’oggetto-ombra di un partner prepotente sono l’unico modo per emergere dalla mediocrità, allora va bene.

Kohut ha dedicato quasi tutta la sua vita a studiare i fenomeni del narcisismo. Molti dopo di lui hanno approfondito tali questioni, in parte revisionando le sue intuizioni originali, come sempre accade quando un pioniere esplora per primo una terra sconosciuta e poi sta ai posteri mappare con più precisione il territorio. In sintesi si può dire che, mentre per Freud il narcisismo, l’amore di sé, era in netta antitesi alla capacità di amare gli altri, per Kohut si tratta di due binari paralleli, che sempre coesistono lungo tutto l’arco di vita. In ogni momento, ognuno di noi ha sempre bisogno di vedere l’altro ed amarlo per quello che è, e di sentirsi valorizzato in prima persona. Il narcisismo è di per sé un bisogno sano e fondamentale, che si esprime in particolari modi di metterci in relazione agli altri. Sia il bambino che l’adulto, in certi momenti, hanno bisogno di vedere confermata l’autostima e la coesione del Sé attraverso la relazione con gli altri. Questo può avvenire in diverse maniere, le tre più indagate da Kohut sono:

  • La funzione di rispecchiamento: gli altri, cioè, fanno da specchio alle qualità del soggetto. Sono un pubblico che applaude, che ascolta ammirato i monologhi del soggetto, che ne riconosce le gesta.
  • La funzione di idealizzazione: gli altri vengono trattati come persone “speciali”, meravigliose, perfette, vengono messi su di un piedistallo, e nell’affermare di stare in relazione con un altro-idealizzato, il soggetto narcisista sente di acquistare, per interposta persona, un valore altrettanto grande. Tipica manifestazione adolescenziale è quando un ragazzo si vanta col suo gruppo di amici di stare frequentando la ragazza più bella e sexy della scuola. Se lui può accedere ad un simile trofeo, sarà anch’egli molto speciale.
  • La funzione di gemellarità: si esplica quando ci si sente esattamente uguali all’altro, ci si intende alla perfezione, si è “sulla stessa lunghezza d’onda”, spesso in contrasto con la gran parte delle altre persone, mediocri, che non capiscono… Tutti abbiamo bisogno di sentirci un po’ uguali ad un altro essere umano. In questo caso, la funzione è di elevare l’ego di entrambi i partner dell’interazione, spesso a discapito di una visione più oggettiva di se stessi.

Queste tre funzioni ci sono sempre, ed è giusto che sia così. Il punto sta nel grado di maturità con cui si esplicano. Per il bambino piccolo, il bisogno di rispecchiamento è forte e richiede che il genitore sia pronto a dire, con voce caricaturale (ma sincera): “ma come sei braaaaaaavooooo” quando il piccolo, ad esempio, realizza una torre di lego per la prima volta. Man mano che cresce, ricevendo risposte sintonizzate ai bisogni narcisistici spontanei, il bambino impara ad interiorizzare le funzioni originariamente svolte dall’esterno, riesce cioè a riconoscere il proprio valore senza doverlo per forza esigere dagli altri, oppure sa bilanciare le richieste di riconoscimenti narcisistici con una empatia matura, con la capacità di dare a sua volta riconoscimenti e vedere l’altro non solo come una estensione del proprio Sé, ma come un altro-soggetto, a sua volta portatore di vissuti e bisogni specifici.

Quando le cose non vanno a dovere, quando i bambini non ricevono risposte sintonizzate sui loro bisogni narcisistici, o addirittura vengono ripetutamente feriti nel loro orgoglio, rischiano di rimanere incapaci di dare ad altri quel riconoscimento che è stato loro negato. I loro bisogni di rispecchiamento, idealizzazione e gemellarità, anziché evolvere verso forme mature, rimangono iper-attivati e si esprimono in modi esagerati, distorti e perversi.

Jessica Benjamin, una psicanalista relazionale contemporanea, descrivendo la dinamica del sado-masochismo, suggerisce che in questo genere di situazioni non ci siano un buono e un cattivo, ma due persone che si relazionano come degli oggetti, anziché come dei soggetti. Spesso ciò accade nelle relazioni dei narcisisti: non avendo potuto essere accolti come soggetti (imperfetti ma comunque amabili), sentono di dover diventare “qualcosa” di diverso da se stessi per essere amati, ed esigono agli altri di essere “qualcosa” per soddisfare le loro bramosie di riconoscimenti insoddisfatte. Un gioco di incastri fra bisogni emotivi inconsci, che spesso si ritrova nelle dinamiche dei grandi “seduttori” di ogni tempo.

Riferimenti bibliografici:

Benjamin, J. (2015). Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose. Milano: Raffaello Cortina.

Kohut, H. (1982). La ricerca del Sé. Bollati Boringhieri.

Dott. Andrea Ferella
psicologo-psicoterapeuta